“Non ha idea di quanto quel film sia preciso e puntuale nel fotografare l’ambiente, è un’attività remunerativa e per non avere troppi problemi ci si crea un routine più asettica possibile”. Le prime battute dell’intervista a Vito Alfieri Fontana, che nella sua vita ha avuto un primo tempo come ingegnere alla Tecnovar, azienda che produceva mine antiuomo, e un secondo come sminatore negli ex teatri di guerra balcanici, vertono su un film di mezzo secolo fa, “Finché c’è guerra c’è speranza”, con Alberto Sordi nei panni di un commerciante d’armi. In una sequenza rivelatrice, il protagonista mette la propria agiata famiglia, apparentemente scandalizzata dall’origine del proprio benessere, di fronte alla scelta di tornare a vendere pompe idrauliche, smettendo i panni del “mercante di morte”, con il conseguente ridimensionamento del tenore di vita. Questa opta perché tutto resti com’è. Passando dal mondo di celluloide a quello reale, la vicenda di Alfieri Fontana ha preso un’altra piega: l’“uomo della guerra”, come si definisce nel libro scritto con il giornalista Antonio Sanfrancesco, è diventato uomo di pace.
Strumenti di offesa
Dopo la Seconda guerra mondiale, per cinquant’anni l’Italia è stato uno dei principali produttori ed esportatori di questi ordigni, fino alla loro messa al bando nel 1997. La barese Tecnovar, l’azienda della famiglia Alfieri Fontana, era una delle eccellenze del Belpaese. “Nell’ambiente ci si preoccupava di perforare una piastra e vendere un buon prodotto, non che si faceva del male a un uomo” – continua – “ma se su certe armi si può sorvolare, sulle mine la situazione è diversa perché le mine, oggi, restano”. Se nella Prima guerra mondiale erano concepite per la difesa, con le guerre asimmetriche sono diventate strumenti attivi di offesa e anche di “odio etnico, se io mi ritiro, farò in modo che te non possa vivere tranquillo”, spiega.
La svolta
Figlio del patron e poi proprietario della ditta da due milioni e mezzo di mine, all’inizio degli anni Novanta decide finalmente di ascoltare quegli scrupoli che il contesto “aiuta” a ignorare. La campagna per la messa al bando, le telefonate di Gino Strada, le domande di suo figlio e l’incontro con i ragazzi di don Tonino Bello che gli chiedono “lei quando va a dormire cosa sogna, una guerra per vendere tante mine?”. “Anche se nel tuo quotidiano sei una brava persona, in questo lavoro si fa comunque del male. Così ho cambiato vita e mi è sembrato doveroso cercare di tirare fuori dal terreno quante più mine possibile”, racconta. “Non si ha idea dell’inferno a cui si condannano le persone con quegli ordigni”, aggiunge.
Dalla parte dei più deboli
Dopo 17 anni passati a progettare, fabbricare e vendere armi, il riscatto di Alfieri Fontana passa dal “levare terreni alla guerra e consegnarli alla pace”. Dopo essere stato consulente dell’attivista statunitense Jody Williams, il cui impegno ha fruttato la Convenzione internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, dal 1999 al 2017 ha operato come sminatore in Serbia, Kosovo e Bosnia-Erzegovina. Un lavoro che impone di mantenere la calma, mentre dentro si provano “sensazioni profonde che fanno le mine”. Con la soddisfazione di fare qualcosa di buono. Le persone che tornano nelle proprie case, i campi di nuovo coltivati, le aziende che riaprono, la rassegnazione che diventa speranza. “Ricordo il sorriso di un contadino a cui abbiamo restituito il terreno dopo il collaudo e una madre che ci pregava di avvisarla prima di far brillare un ordigno, così poteva abbracciare il bambino che si spaventava per le esplosioni. Se non si prendono le parti dei più deboli, non si fa bene questo lavoro”.
Valore universale
Le notizie dallo scenario internazionale non lasciano ben sperare, ma il tema dell’edizione di quest’anno della Giornata internazionale della pace è “agisci ora per un mondo pacifico”. Alfieri Fontana ha agito, a chi vuole rivolgere l’invito? “A chi controlla i social network e veicola messaggi semplicistici, per dirgli che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, ci vogliono volontà e buona politica”. Come si può fare la pace al tempo della “terza guerra mondiale a pezzi”? “Torniamo a fidarci e ad affidarci alle Nazioni unite, non c’è situazione che non possano gestire. Il pacificatore non deve prendere l’una o l’altra parte, deve portare la pace a entrambe, senza far sentire sconfitto nessuno”. Perché “la pace è un valore universale”, conclude Alfieri Fontana.

