Ai margini dell’Europa: la rotta balcanica tra speranze infrante e dignità

La situazione dei migranti sulla rotta balcanica spiegata a Interris.it da Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti di Ipsia a tutela dei rifugiati e richiedenti asilo in Bosnia Erzegovina e Serbia

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Area rurale bosniaca (@ abdurahman iseini su Unsplash)

Lungo la rotta balcanica che attraversa la Bosnia-Erzegovina verso l’Europa, migliaia di persone in transito si confrontano con condizioni spesso precarie e una quotidiana perdita di dignità. Non si tratta solo di un cammino fisico, ma di un lento smarrimento di diritti, speranze e identità. In questa fase, a trent’anni dagli accordi di Dayton, mettere al centro la persona significa custodire la sua dignità e ristabilire relazioni umane autentiche, anche, e soprattutto, in contesti di accoglienza provvisoria. Interris.it, in merito alla situazione dei migranti nell’area, ha intervistato Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti di Ipsia a tutela dei rifugiati e richiedenti asilo in Bosnia Erzegovina e Serbia.

L’inaugurazione della “Safe House” a Bihac (@ Ipsia – ph. Matteo Placucci)

L’intervista

Maraone, come si sta configurando l’azione di Ipsia lungo la rotta balcanica?

“In questo momento, la situazione lungo la rotta balcanica in Bosnia si è parzialmente stabilizzata rispetto alle emergenze degli anni passati. Di conseguenza, il nostro intervento si concentra oggi principalmente all’interno dei centri di transito, in particolare nel centro IPA, che rappresenta l’unico campo attivo in cui operiamo. Qui abbiamo creato uno spazio chiamato ‘Social Cafè’, pensato per offrire momenti di socialità e benessere alle persone ospitate: famiglie, minori non accompagnati e adulti soli, i cosiddetti single men. Il ‘Social Cafè’ nasce con l’obiettivo di consentire alle persone costrette a vivere nei campi di trascorrere del tempo di qualità in un ambiente che, altrimenti, risulterebbe alienante e disumanizzante. Si tratta, in sintesi, di riportare le persone al centro della relazione, restituendo dignità, ascolto e partecipazione a chi vive una condizione di marginalità forzata. È questa la grande sfida che abbiamo avviato un anno fa e che continua a essere al centro della nostra azione”.

Che attività state svolgendo per garantire la sicurezza e l’inclusione dei migranti, soprattutto per quanto riguarda i minorenni?

“Portiamo avanti un intervento dedicato ai minori non accompagnati attraverso una comunità per ragazzi che abbiamo aperto lo scorso anno. Si tratta di una vera e propria casa, che accoglie giovani provenienti dai campi ma anche minori della comunità locale in situazioni di vulnerabilità. L’ambiente domestico, con numeri ridotti e servizi personalizzati, consente di offrire un’accoglienza più umana e attenta ai bisogni individuali, rispetto ai grandi campi profughi. La struttura dispone di 35 posti letto e di un’équipe multidisciplinare che lavora per garantire la protezione dei minori e la costruzione di percorsi educativi personalizzati. Ogni ragazzo è seguito in base ai propri bisogni, capacità e aspirazioni, in un’ottica di sostegno integrale allo sviluppo personale. Parallelamente, ci impegniamo nel lavoro di sensibilizzazione della comunità locale e delle istituzioni, affinché l’accoglienza non sia percepita come un peso o un problema, ma come un’opportunità di crescita e coesione sociale. Questa sfida è tuttora complessa, poiché la migrazione continua a essere vista, tanto in Bosnia quanto in Italia, come un fenomeno scomodo più che come una risorsa.

Sono trascorsi 30 anni dagli accordi di pace di Dayton. Come possiamo oggi dare attuazione concreta all’esortazione di don Tonino Bello: “In piedi costruttori di pace”?

“È una grande sfida. A trent’anni dagli accordi di Dayton, la Bosnia-Erzegovina non vive più la guerra, ma permane una profonda frammentazione. Oggi non si spara più ma, spesso, non ci si parla neppure. La corruzione e la disgregazione sociale hanno eroso la fiducia e la coesione, e il Paese resta diviso. Oggi, essere ‘costruttori di pace’ significa favorire il dialogo, l’incontro e la collaborazione tra le diverse comunità: non solo tra bosniaci, serbi e croati, ma anche con i nuovi migranti che si sono insediati nel territorio. Le parole di don Tonino Bello sono quindi estremamente attuali: occorre continuare a costruire relazioni, promuovere comprensione reciproca e mantenere alta l’attenzione su una regione che, pur pacificata, resta fragile e bisognosa di legami umani autentici e duraturi”.

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