Nel dibattito sulla sostenibilità del settore tessile, il tema dei diritti dei lavoratori, soprattutto nei Paesi a basso reddito come il Bangladesh, resta centrale e spesso sottovalutato rispetto alle sole questioni ambientali. Tra delocalizzazioni, filiere opache e transizione ecologica, emergono interrogativi cruciali su chi paga davvero il prezzo della moda globale. Per comprendere sfide, contraddizioni e prospettive di cambiamento, Interris.it, su questo tema, ha intervistato Deborah Lucchetti, coordinatrice e portavoce della Campagna Abiti Puliti.
L’intervista
Lucchetti, come nasce e quali obiettivi ha la Campagna Abiti Puliti?
“La Clean Clothes Campaign nasce in Olanda alla fine degli anni Novanta da un gruppo di attiviste che voleva richiamare l’attenzione di cittadini e cittadine europei sulle condizioni di lavoro delle operaie che producevano i loro vestiti. È un’azione di solidarietà internazionale, avviata da consumatrici consapevoli a sostegno di una vertenza nelle Filippine, dove alcune lavoratrici lottavano per il riconoscimento di diritti violati. L’intuizione di fondo è che le catene di fornitura, sempre più lunghe e frammentate, ci fanno dimenticare come vengono realizzati abiti, scarpe e accessori. La produzione non è più “sotto casa”, ma nelle periferie del mondo. E ciò che viene fabbricato ha ancora oggi impatti significativi sia sulle comunità locali sia sull’ambiente. È fondamentale che le persone siano consapevoli di cosa indossano e delle conseguenze sociali e ambientali legate a quei prodotti. Da questa consapevolezza possono nascere azioni di cambiamento. Tuttavia, chi ha il potere di incidere realmente sono i grandi brand e le multinazionali, che decidono dove e come produrre, spesso in Paesi in cui i diritti umani e sindacali non sono rispettati o le leggi sul lavoro sono deboli e poco applicate. La Campagna è cresciuta nel tempo e oggi è una rete globale composta da oltre 220 organizzazioni. Tra queste figura anche FAIR, che coordina la sezione italiana. Ne fanno parte numerose ONG e organizzazioni sindacali dei Paesi produttori, dove nel corso dei decenni la produzione tessile è stata progressivamente delocalizzata”.
In che modo intendete coniugare tutela dell’ambiente e diritti dei lavoratori, ad esempio in Bangladesh?
“Il nostro è un lavoro di pressione pubblica. Partiamo da un punto fermo: non è possibile avere imprese realmente sostenibili dal punto di vista ambientale senza il coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici. Ecologia e giustizia sociale devono procedere insieme. Da un lato, riconosciamo gli sforzi di quelle fabbriche che investono in sicurezza, efficienza energetica e riduzione dell’impatto ambientale, come nel caso delle otto “fabbriche verdi” analizzate nel nostro ultimo rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta”. Dall’altro, però, abbiamo riscontrato che i miglioramenti ambientali non si traducono automaticamente in migliori condizioni di lavoro. Le lavoratrici continuano spesso a percepire salari insufficienti per una vita dignitosa, sono sottoposte a ritmi produttivi intensi e a forti pressioni, e subiscono molestie, abusi psicologici e verbali. Questo dimostra che non basta ‘tingere di verde’ le fabbriche: occorre garantire anche il benessere e la dignità delle persone che vi lavorano. Solo integrando tutela ambientale e diritti del lavoro si può parlare di una vera transizione giusta”.
Quali sono i vostri auspici per il futuro?
“Il nostro auspicio è chiaro: i lavoratori e le lavoratrici devono essere posti al centro delle trasformazioni sociali ed ecologiche del settore tessile. Se vogliamo ridurre drasticamente l’impatto ambientale e umano della produzione di abiti, è necessario valorizzare i saperi, l’esperienza e la soggettività di chi opera quotidianamente nelle fabbriche. Una transizione autenticamente giusta ed ecologica sarà possibile solo se queste persone non saranno più marginalizzate, ma riconosciute come protagoniste del cambiamento. Il sapere dei lavoratori, anche in materia ambientale, è una risorsa preziosa e imprescindibile. Solo attraverso il loro coinvolgimento si può costruire un cambiamento reale, che sia davvero a beneficio di tutti e tutte”.

