DOMENICA 04 NOVEMBRE 2018, 00:02, IN TERRIS

Gli adoratori del potere

FRA EMILIANO ANTENUCCI
Potere
Potere
"I

he cos'è il potere? Forse la paura della morte. In noi c'è questa idea innata dell'immortalità dell'anima che dà una parte ci fa desiderare il paradiso e dall'altra ci fa credere che siamo delle “divinità” in terra. Ci sentiamo dei “Padri eterni”, meglio per usare un linguaggio mafioso, dei “parrini”, che comandano, schiavizzano gli altri, usano violenza, umiliano la dignità e i carismi degli altri.

Il potere è una tentazione di tutti gli uomini - Il diavolo sul pinnacolo del Tempio tenta Gesù dicendo: "Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo" (Lc 4,6-7) -. Quanta sete di potere c'è nei politici, negli uomini d'onore e in alcuni membri di Chiesa? Eppure il Signore non è venuto per comandare, ma servire e dare la vita per tutti.

Il potere ci fa sentire “megalomani”(rafforzando l'espressione in noi: “Io sono”), questa strada ci conduce al narcisismo, all'inventare bugie per giustificare le nostre azioni, alla superbia umana e spirituale, ma fondamentalmente ad essere persone sole, con tanti fan che non ci conoscono realmente e nessuna amicizia vera. Ci sentiamo qualcuno solo quando comandiamo e veniamo "visti" dagli altri. Ma ciò che conta davvero è essere amati dal Signore, essere figli di Dio (questo è il titolo “nobiliare” più grande che possiamo avere sulla terra e vale per l'eternità). L'arguto Giulio Andreotti diceva: "Il potere logora chi non ce l'ha", ma la superbia e l'invidia uccidono più delle armi.

Un esperto di criminalità organizzata spiega che: “L’appellativo ‘Ndrangheta ha, molto probabilmente, origini grecaniche. La più probabile derivazione del termine è quella dal greco andragathía, (ανδραγαθια) traducibile con 'virilità', 'coraggio' nel senso di "associazione di uomini valenti". Infatti, il termine Andragathos, deriva dalle due parole greche “andropos = uomo e agatos = buono”, sicché, sostanzialmente, significa uomo valoroso e coraggioso, e solo una persona con questi requisiti poteva accedere all'onorata società”. Ecco perché Papa Francesco rivolge queste parole dure e dirette: “Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione. Abbiamo bisogno di camminare insieme, non di rincorrere il potere...Se la litania mafiosa è: 'Tu non sai chi sono io', quella cristiana è: 'Io ho bisogno di te'. Se la minaccia mafiosa è: 'Tu me la pagherai', la preghiera cristiana è: 'Signore, aiutami ad amare'. Perciò ai mafiosi dico: cambiate, fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi. Tu sai, voi sapete, che 'il sudario non ha tasche'. Voi non potrete portare niente con voi. Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle. Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte” (Visita a Palermo).

Il genio di San Francesco, basandosi sul vangelo, inventa la fraternità, che non è l'allegra compagnia o brigata (oppure come dicono i romani: “volemose bene”), ma un modo umano e spirituale per trattare l'altro come un fratello: dono di Dio e figlio dello stesso Padre che è nei cieli. L'intuizione della fraternità è “compresa” ancora da pochi nella Chiesa, ecco perché Papa Francesco condanna il clericalismo che definisce “quell’atteggiamento che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo" (Lettera al Popolo dì Dio). Il vangelo ci dona la logica del servizio. Alle volte sembra “peccato”: pregare, aiutare i poveri, pensare alle persone alle quali nessuno ci pensa, occuparsi degli ultimi e degli abbandonati, fare servizi totalmente gratuiti senza nessun interesse personale ed economico. Don Oreste Benzi faceva la distinzione tra la società del profitto e quella del gratuito. A noi la scelta di scegliere per quale la società appartenere

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