Il discorso che Sergio Mattarella ha pronunciato, l’altro giorno, di fronte agli ambasciatori accreditati presso il Quirinale è di quelli che fanno riflettere, perché essi stessi da una lunga e profonda riflessione scaturiscono. Non che si tratti di concetti totalmente nuovi (sono stati tre gli interventi pubblici in cui il Capo dello Stato ha espresso idee simili, nel coso di quest’anno) ma qui contano due cose: la visione quasi evangelica di un mondo dominato da violenti ed epuloni, intenti ad un banchetto da cui cadono le briciole per miliardi di lazzari, e il ruolo di chi stava a sentire. Il Corpo Diplomatico, gli ambasciatori. La diplomazia. E di fronte a loro Mattarella un panegirico della diplomazia ha fatto, seppur indirettamente. Il suo, infatti, un discorso sul metodo diplomatico è stato persino al di là della netta presa di posizione sull’integrità territoriale dell’Ucraina e sulla necessità di riportare gli aiuti alla popolazione di Gaza, stremata da una pace che è solo assenza di uso delle armi.
Anzi, proprio il caso palestinese spiega meglio di ogni altra cosa ciò a cui la diplomazia serve, e perché a molti è invisa a parole e nei fatti. A Gaza vige una tregua armata con occupazione di territorio entrambi spacciate per pace da chi, privo del Nobel, si fa proclamare pacificatore dal mondo del pallone. Le conseguenze sono evidenti, sotto gli occhi di tutti. Quando Israele volle veramente la pace con l’Egitto di Sadat scattò prima l’opera dei diplomatici, poi Begin e il presidente egiziano si videro ad Ismailya e ancora a Camp David. Con lo stesso metodo si cerca adesso di imporre la vittoria del più prepotente all’offeso che si difende, in quel di Kiev. Non è pace. È imposizione di ciò che le armi potrebbero dettare. Anche qui, la diplomazia è stata messa da una parte dai ricchi e dai potenti.
Non è un caso, dunque, che il discorso di Mattarella (che qui seguiamo nella sua traccia perché va al cuore di quello che vorremmo dire noi) esalti piuttosto il metodo che, per otto decenni e soprattutto per tutto il difficile periodo della Guerra Fredda, ha garantito non solo l’assenza di una Terza Guerra Mondiale – il che già basterebbe – ma anche una certa dose di allargamento della prosperità e dello sviluppo, nonché della democrazia. Una storia di successo che inizia con la costituzione delle Nazioni Unite e, attraverso il metodo diplomatico, indica nel dialogo lo strumento per dirimere le controversie internazionali (il riferimento all’articolo 11 della Costituzione italiana è voluto e ribadito). Parlare invece di sparare: è la buona politica, è la diplomazia. Entrambi hanno trovato la loro massima espressione nella creazione di quel meraviglioso calabrone, in grado di volare sfidando le leggi della natura e le certezze della scienza, che si chiama Unione Europea. Là dove c’erano le trincee della Marna ora si ara la terra, là dove si consumava il genocidio oggi si costruisce il futuro. Democrazia, politica e diplomazia: un trinomio che non a caso è odiato da autocrati e uomini delle grandi corporazioni.
Vero: l’Onu va riformata e l’Ue va migliorata, ma chi punta l’indice su queste realizzazioni è figlio di coloro che sono responsabili del caos precedente (fu il Cremlino a suggellare con Hitler la spartizione della Polonia, e ne scaturì la Seconda Guerra Mondiale). Non è un caso, poi, che la grande crisi internazionale che adesso ci attanaglia inizi con la decisione americana di scavalcare le Nazioni Unite al momento della guerra in Iraq, nel 2003. Gli stati Uniti che, nell’assumere il ruolo dei bulli, stanno minando le basi della loro stessa leadership degli ultimi decenni, basata sul consenso dei liberi e non sull’omaggio dei vassalli. In questo contesto noialtri europei, che più sappiamo perché prima abbiamo sbagliato, possiamo avere il nostro ruolo, giacché abbiamo anche il metodo. Che è quello della diplomazia.

