Rebibbia accoglie “Abbracci in Libertà”: la forza della bellezza in carcere

L’intervista a Sandro Pepe, Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Rebibbia, descrive come il progetto della Fondazione Santo Versace abbia migliorato il legame tra padri detenuti e bambini

Immagini gentilmente concesse dalla Fondazione Santo Versace

Dopo l’esperienza del carcere di Bollate, il progetto “Abbracci in Libertà” della Fondazione Santo Versace è approdato anche nella sezione maschile del carcere di Rebibbia. Un’iniziativa fortemente voluta da Santo Versace e Francesca De Stefano, che punta a trasformare gli spazi degli incontri familiari in luoghi più accoglienti e a misura di bambino. La cura dell’ambiente, i colori e i nuovi elementi di arredo e gioco non rappresentano solo un miglioramento estetico, ma diventano strumenti concreti per favorire relazioni più serene e autentiche. In questo contesto, la bellezza del luogo aiuta i bambini a vivere l’incontro con i padri detenuti in modo più sicuro, naturale e meno traumatico, restituendo dignità a un momento fondamentale per la crescita affettiva.

Santo Versace e Francesca De Stefano nell’area del progetto “Abbracci in Libertà” realizzata grazie alla Fondazione Santo Versace nel carcere di Rebibbia. Immagini gentilmente concesse dalla Fondazione Santo Versace

L’intervista

Interris.it ha intervistato Sandro Pepe, Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Rebibbia, che ci ha parlato dell’importanza del progetto “Abbracci in Libertà” e come la bellezza di questo luogo sia importante per la relazione padre-figlio e per il percorso rieducativo dei detenuti.

Prima della realizzazione di “Abbracci in Libertà”, come si svolgevano generalmente gli incontri tra padri detenuti e figli?

“Gli incontri si svolgevano nell’area verde, ma con giochi vecchi, spesso rotti, che avevano anche trent’anni. Nonostante questo, riuscivano comunque a tenere occupati i bambini, mentre gli adulti parlavano delle difficoltà familiari e di ciò che era accaduto durante la settimana. Era un momento importante, ma il fulcro restava il dialogo tra grandi. I bambini erano impegnati nel gioco, ma in modo limitato. Tuttavia, anche quei pochi strumenti contribuivano a creare una parvenza di normalità, richiamando, almeno in parte, la vita all’esterno”.

In che modo il linguaggio della bellezza può incidere sul benessere emotivo di padri e bambini, anche in un contesto come il carcere?

“Il cambiamento è stato evidente. L’area è stata rinnovata con colori, nuovi giochi, gazebo, piante. Sono stati inseriti scivoli, tavolini, spazi per stare insieme, quasi come un’area picnic. Questo ha avuto un impatto forte: i bambini sono più tranquilli, più sereni, e anche i padri vivono l’incontro in modo diverso. Per un bambino piccolo il rapporto passa attraverso il gioco e la fantasia, non attraverso discorsi complessi. Ho visto personalmente la differenza: questo ambiente rinnovato aiuta a costruire un rapporto più autentico. Questa attenzione alla bellezza restituisce dignità al momento dell’incontro e crea una normalità che, in alcuni casi, prima non esisteva neanche fuori dal carcere”.

L’inaugurazione dell’area dedicata al progetto “Abbracci in Libertà” realizzata grazie alla Fondazione Santo Versace nel carcere di Rebibbia. Immagini gentilmente concesse dalla Fondazione Santo Versace

Uno spazio pensato a misura di bambino incide, secondo la sua esperienza, sul comportamento dei detenuti durante gli incontri con i figli?

“Sì, certamente, incide in modo positivo. Il bambino si trova nel suo ambiente, fatto di gioco e fantasia. Questo permette anche al padre di vivere il momento con maggiore serenità. Il carcere non è un luogo naturale per questo tipo di relazione, ma uno spazio adeguato aiuta entrambi a riconoscersi in un momento condiviso. Si gioca insieme, si sta su un prato, si vive qualcosa che assomiglia alla quotidianità. Il bambino vive nella fantasia, e offrire un ambiente adatto è fondamentale. Non risolve tutto, ma migliora sensibilmente la qualità dell’incontro”.

Qual è il ruolo della polizia penitenziaria nel favorire questi momenti?

È un equilibrio delicato tra sicurezza e umanità. Il nostro compito è garantire l’ordine, ma anche comprendere quando è il momento di lasciare spazio alla relazione. Serve sensibilità: capire quando intervenire e quando, invece, concedere qualche minuto in più. Con il tempo si crea una conoscenza dei familiari e un rapporto basato sul rispetto. Si cerca di accompagnare questi momenti con attenzione, soprattutto quando il colloquio finisce, che è sempre la fase più delicata. Per questo è fondamentale un approccio umano oltre che professionale”.

L’area dedicata al progetto Abbracci in Libertà realizzata grazie alla Fondazione Santo Versace. Foto gentilmente concesse

Quanto è importante la relazione genitoriale nel percorso rieducativo del detenuto?

“È fondamentale. Il carcere ha una funzione rieducativa e il legame con i figli può diventare uno stimolo fortissimo. La distanza pesa, ma allo stesso tempo spinge a migliorarsi. Un padre pensa al proprio figlio, al fatto che avrebbe bisogno di lui per crescere, per studiare, per formarsi. Questo diventa un obiettivo concreto: uscire, lavorare, essere presente nei momenti importanti della vita. Sono esperienze che non si possono vivere pienamente in carcere. Ogni detenuto ha il proprio percorso, ma la relazione con i figli rappresenta spesso una delle leve più forti per il cambiamento”.

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