SABATO 22 DICEMBRE 2018, 00:01, IN TERRIS

Lasciamoci conquistare dal Presepe

Una tradizione da osservare l'8 dicembre. La Natività rende nuove le nostre case

PAOLO BERTI
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Un presepe
Un presepe
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 legittimo pensare che dai segni del presepe non vadano sottratti il bue e l’asinello, dal momento che tale rappresentazione della Natività è scolpita in un sarcofago di Marcus Claudianus, che risale al 330/335 d.C., ritrovato in via della Lungara a Roma.


Il bue e l'asinello

Il monumento funerario è conservato a Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano. Quel po’ di legittimità deriva anche dal vangelo apocrifo di Giacomo (sec. II) e da quello dello pseudo Matteo, che è un riadattamento di quello di Giacomo e di quello apocrifo dell’infanzia di Gesù di san Tommaso. Non va trascurato poi quanto dice sant’Ambrogio (In Lucam: PL 15,2649), nonché Prudenzio (Cathemerinon: PL 59,896).

Nel libro “Infanzia di Gesù”, Papa Ratzinger (in qualità di teologo) giustamente si attiene a ciò che è strettamente biblico e si rapporta a Isaia 1,3: "Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende" per ritrovare lo spunto immaginativo del di più che va oltre la narrazione di Luca. Benedetto XVI, come spunto immaginativo, accenna anche al profeta Abacuc nella versione dei LXX: “In mezzo a due animali ti manifesterai”. Ma tale passo non regge alla critica testuale, ed è messo giustamente da parte. Papa Ratzinger però dice che “nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all'asino”. Quindi si ha legittimità a considerare ancora, anche, se si vuole, per pia immaginazione, il bue e l’asinello.


La mangiatoia

Ma un po’ di legittimità biblica la si ha di sicuro, visto che Luca non parla di culla, ma di mangiatoia; il che vuol dire una stalla. Poi, la legittimità a pensare a un somarello ce la danno i 150 km circa che separano Nazareth da Betlemme, una distanza da superare in più giorni e trattandosi di Maria prossima al parto (Lc 2,6), non certamente a piedi, se vogliamo dare senno al falegname di Nazareth, Giuseppe.

I primi annunciatori della nascita furono i pastori. Certamente loro comunicarono l’apparizione degli angeli, la mangiatoia, le parole angeliche udite  (Luca 2,17): “E dopo averlo visto, riferirono ciò che del Bambino era stato detto loro”.

Il particolare dei pastori annunciatori ci aggiunge la considerazione che la stalla non era dentro la casa di parenti di Giuseppe, come qualcuno sostiene - archeologicamente per le case di allora, con stalla incorporata -, ma fuori Betlemme, in un’area non molto distante dai recinti delle greggi. Del resto è impossibile pensare all’egoismo di familari che lasciano in una stalla una donna che sta per partorire. Un egoismo incomprensibile e di gran lunga peggiore di quello dell’albergatore, che aveva rifiutato l’ospitalità preoccupato di non ricevere molti soldi, visto che il censimento gli fruttava lauti guadagni. Proprio nessuno dei parenti era in grado di dire: “Cedo il mio posto, vado io nella stalla?”.


La prima volta

Evitiamo quindi di essere proprio noi cristiani a distruggere il presepe con le nostre illazioni illogiche. Mettiamoci invece davanti al presepe che Francesco fece a Greccio nel Natale del 1223.

La rappresentazione venne approntata in un luogo, probabilmente un incavo nella roccia. Venne portata una mangiatoia ripiena di fieno. Poi un bue e un asinello. Tutt’intorno un gran numero di persone e frati con torce accese. Francesco aveva chiesto il permesso a Papa Onorio, e per questo si poté celebrare la Messa. L’altare fu la mangiatoia piena di fieno. Sopra fu posta la tovaglia e un sacerdote celebrò. Francesco che era diacono fece l’omelia. Un’omelia orante dove a Gesù veniva dato il titolo di “Bambino di Betlemme”. Come si vede, nella mangiatoia c’era la paglia, ma non un bambino. Ma, ecco, che qualcuno vide un infante addormentato che Francesco destò e abbracciò. La paglia dopo ciò andò a ruba e si ebbero molte guarigioni per chi la poneva su di sé nella fede.


Diffusione

Il permesso del Papa ebbe il valore di un antecedente ufficiale che spiega in buona parte l’ampia divulgazione del presepe proprio a partire da quello di Greccio.

La rappresentazione della nascita di Gesù cominciò il suo cammino nel tempo e nelle nazioni. I presepi si estesero ovunque nelle chiese, realizzati con svariate modalità artistiche, spesso rivolte a stupire con scorci paesaggisti, luci, aurore, tramonti, statuette in movimento, particolari quali il dormiglione, il pescatore, il fabbro, l’arrotino, il fornaio, ecc. Tutta l’esistenza del quotidiano venne rappresentata e questo con un fondamento teologico. La nascita di Cristo, infatti, non è avvenuta in modo clamoroso, sconvolgendo le attività dell’uomo  con segni nel cielo, con sussulti della terra, ma nella ordinarietà della vita degli uomini. Gesù non è venuto per dare spettacolo, ma per salvare, per cambiare il cuore dell’uomo (Is 42,1s; Mt 12,15s).


Tradizione

Certo, spesso la rappresentazione ha prevalso sul messaggio, fine a se stessa, esibizione di abilità, orgoglio del gruppo più bravo. Utilissimo il presepe nelle scuole, che dopo essere stato praticamente espulso ora sta ritornando: si è capito che una società che rifiuta i segni della sua storia e della sua speranza è priva di identità, di futuro.


In casa

Il segno più profondo del presepe, quello più vicino allo spirito di Greccio, è però, a mio parere, quello dei presepi domestici, che cominciarono a essere allestiti a partire dal 1700. Lì, nelle case, c’è tutta una mobilitazione per prepararlo: il babbo, la mamma, ma il più delle volte sono i bambini a trascinare i genitori. Lo scatolone delle statuette viene aperto e i personaggi ricompaiono, conosciutissimi, eppure nuovi, perché nuovo è sempre il Natale: porta novità, gioia, un’atmosfera di pace, di semplicità. Si provvede al muschio andando fuori nei campi, si predispongono i monti con pezzi di legna rivestiti di carta dipinta. Si fa la stalla. Con specchi si fanno i laghi; con la carta stagnola i ruscelli. Si mette il Bambinello nella mangiatoia, nella mezzanotte del 25 dicembre. Giuseppe e Maria a lato del Bambinello, poi il bue e l’asinello, i pastori, le pecorelle, si mettono le luci. La stella cometa.


Significato profondo

Sembra poco eppure a ben guardare c’è tutto. C’è la raffigurazione di Gesù Bambino, il Figlio di Dio incarnatosi nel grembo verginale e immacolato di Maria. C’è lei, Maria, materna e adorante. C’è Giuseppe, uomo giusto, stupito, adorante. Ci sono i pastori, i lavoratori più umili del tempo, ma capaci di trasformare i lunghi silenzi dei campi e delle notti in preghiera. Ci sono gli animali; il bue e l’asinello, che scaldano il piccolino di Betlemme: sono calmi, placidi, servono anch’essi, a loro modo, il Dio che li ha creati. Si muovono i popoli con i Magi: da lontanissimo vengono. Si muove verso il Bambino anche il cosmo con una misteriosa e bellissima stella. Tutto si muove verso la capanna.

La casa con il presepe diventa nuova, attraversata dal brivido della novità del Natale, dal senso preciso che tutto può cambiare in meglio, migliorare. La rappresentazione della Natività diventa una vera e propria professione di fede, fatta insieme, senza declamazione, ma senza nascondersi. Diventa una lezione discreta dove si imparano l’umiltà e la carità. Giuseppe è lì a insegnare mitezza, preghiera, responsabilità, poiché dovrà essere la quercia pronta a difendere Maria e il Bambino dal vento delle ostilità del mondo e dare ombra di consolazione tra i disagi. C’è la Madonna, giglio purissimo, che medita nel suo cuore ciò che vede e ciò che ha udito e ode. Il suo silenzio è un canto, il suo sguardo è ristoro. C’è il Bambinello, sulla paglia, al freddo. Cosa dire? Usiamo parole che vengono dalla liturgia domestica. Sono parole di una mamma: “Guardo il piccolo Gesù, le sue braccine aperte e penso a quanto ci ha voluto bene e a quanto male siamo stati capaci di fargli. E lui continua sempre ad amarci, a farci del bene, a darci vita, entusiasmo”. Questo è il presepe: un modo, un umile modo, di dimostrare la nostra gratitudine e il nostro bene al “Bambino di Betlemme”.

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