LUNEDÌ 07 OTTOBRE 2019, 22:56, IN TERRIS

MEDIO ORIENTE

Siria, gli Usa frenano: "Nessun ritiro"

Un funzionario della Casa Bianca spiega: "L'ordine riguarda 50-100 soldati". Ma sul confine la situazione è tesa

MARCO GRIECO
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Un veicolo corazzato Usa nei pressi del confine siriano a Manbij - Foto © Hussein Malla per Associated Press
Un veicolo corazzato Usa nei pressi del confine siriano a Manbij - Foto © Hussein Malla per Associated Press
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li Stati Uniti danno l'ok all'operazione turca in Siria. È arrivato nel cuore della notte (ora italiana) il comunicato stampa diramato dalla Casa Bianca con il quale Washington prende atto dell'operazione di Ankara nel nord-est del Paese, aprendo così la strada al ritiro delle truppe statunitensi dall'area. In serata c'è comunque un tentativo di precisazione da parte di un funzionario dell'amministrazione, secondo il quale "l'ordine riguarda soltanto 50-100 soldati" e "l'intenzione del presidente è solo di proteggerli". Forse non un ritiro definitivo ma la miccia è stata comunque innescata.


Un ritiro annunciato

"La Turchia avvierà presto la sua operazione nel Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non supporteranno o saranno coinvolte nell'operazione e gli Stati Uniti, avendo sconfitto il 'califfato' territoriale dell'Isis, non saranno più nell’area immediata" si legge nel comunicato rilasciato dal governo statunitense. Il documento segue una lunga telefonata fra il presidente Donald Trump e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. È passato un anno da quando the Donald aveva annunciato di voler ritirare le truppe dall'area medio-orientale: una decisione invisa da parte dei suoi stessi consiglieri, preoccupati degli equilibri che si sarebbero venuti a creare in seguito fra i curdi, fra i protagonisti nell'audace lotta al califatto del sedicente stato islamico, e proprio Erdogan. In realtà, il timore degli analisti, palesato persino dall'ex-segretario della Difesa, James Mattissottintendeva la reale paura che lo stato islamico si ravvivasse nel momento in cui la presenza Usa sarebbe venuta a mancare. 


L'annuncio della Turchia

Già nel fine settimana, Erdogan aveva annunciato l'avvio di un'operazione militare aerea e di terra nell'est della Siria, al di là del fiume Eufrate. Come riferito dall'agenzia di stampa statale turca Anadolu, il presidente non si è mostrato soddisfatto dai progressi compiuti finora sul campo e questo suggerirebbe la natura urgente della prossima operazione militare: "Non possiamo più tollerare le minacce dei gruppi terroristi" ha detto il presidente turco, che non ha mancato di sottolineare l'impegno del governo a estradare i miliziani dell'Isis detenuti nelle carceri siriane nei loro Paesi di provenienza, i cosiddetti foreign fighter. Dura la reazione dei militanti curdi, i più minacciati dalle disposizioni militari di Ankara: davanti al progetto di un ampio dispiegamento militare, le Forze democratiche siriane, composte da milizie curde, arabe e assire, hanno dichiarato in un comunicato: "Non esiteremo a trasformare qualsiasi attacco (turco) non provocato in una guerra totale"


Come si muoveranno gli Stati Uniti?

Ancora non è chiaro se l'annuncio del presidente Usa porterà al ritiro di tutti i soldati dispiegati nel nord della Siria - circa un migliaio. Il documento non lo specifica né dalla Casa Bianca sono state aggiunte dichiarazioni. Risulta, però, chiaro che il presidente voglia andare in tale direzione, dal momento che chiudere la parentesi della presenza statunitense in Siria era una delle promesse di Trump, oggi quanto mai attuale con l'approssimarsi delle elezioni presidenziali. La questione siriana rappresenta, anzi, l'occasione per Washington di ribadire una più ampia collaborazione con i Paesi europei, che secondo quanto scritto nel comunicato, sembrerebbero restii. Gli Usa hanno chiesto più volte a Gran Bretagna, Francia e Germani di prendersi gli oltre 800 foreign fighter da loro catturati in terra siriana, ma - secondo Trump - fino ad oggi i Paesi sono stati poco collaborativi.

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