Le possibili e ulteriori interruzioni dei traffici nello Stretto di Hormuz rischiano di trasformarsi in un nuovo fattore di pressione per le piccole e medie imprese, già esposte alle difficoltà delle catene globali di approvvigionamento. Secondo l’Unctad, l’aumento dei costi energetici, logistici, assicurativi e finanziari potrebbe incidere maggiormente sulle aziende di minori dimensioni, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Una vulnerabilità che potrebbe tradursi anche in una progressiva esclusione dalle catene globali del valore.
Il dato
Le possibili interruzioni dei traffici nello Stretto di Hormuz rischiano di colpire in modo sproporzionato le Pmi-Piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 90% delle aziende nel mondo, il 70% dell’occupazione e il 50% del Pil globale. È quanto evidenzia una nuova analisi di Unctad-UN trade and development, secondo cui l’aumento dei costi dell’energia, dei trasporti, delle assicurazioni e dei finanziamenti può mettere sotto particolare pressione le imprese di minori dimensioni, con conseguenze più acute nelle economie in via di sviluppo. A differenza delle grandi aziende, le Pmi dispongono generalmente di meno alternative per diversificare fornitori, mercati e fonti di finanziamento e hanno quindi una minore capacità di assorbire gli shock.
Le vulnerabilità
L’Unctad avverte inoltre del rischio di un “effetto esclusione”: anche qualora i volumi complessivi del commercio tornassero a crescere, le imprese più piccole potrebbero rimanere fuori dalle catene globali del valore. L’esperienza della pandemia di Covid-19 ha già mostrato questa vulnerabilità: nei Paesi in via di sviluppo, l’88% delle piccole imprese aveva registrato un calo delle vendite, contro l’81% delle grandi. Per rafforzare la resilienza, l’agenzia Onu indica come prioritari l’accesso al credito commerciale, alla liquidità e al capitale circolante, insieme a servizi logistici affidabili e a misure pubbliche capaci di sostenere produttività, competitività e accesso ai mercati.
Fonte Agensir

