GIOVEDÌ 10 OTTOBRE 2019, 12:32, IN TERRIS

MEDIO ORIENTE

Siria, Erdogan minaccia l'Ue: "Non ci ostacoli o mandiamo profughi"

Per la Russia, l'operazione militare di Ankara è il risultato delle azioni Usa nella regione

MANUELA PETRINI
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Militari turchi
Militari turchi
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 iniziata da meno di 24 ore l'offensiva della Turchia in Siria, tra bombardamenti, raid e anche minacce. Sì, perché il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ai leader provinciali del suo Akp, ha dichiarato che se l'Unione europea si intrometterà nella questione, accusando Ankara di occupazione della Siria e ostacolerà la missione militare, la Turchia aprirà le porte a "3,6 milioni di rifugiati" e li indirizzerà verso il Vecchio Continente. Il leader di Ankara, inoltre, ha puntato il dito contro l'Ue accusandola di non aver rispettato le promesse e per non aver ancora trasferito la seconda tranche di 3 miliardi di euro di aiuti per la gestione dei rifugiati siriani, prevista dall'accordo del marzo 2016. Erdogan ha anche criticato Bruxelles per non aver accettato la Turchia come Paese membro. 


La situazione in Siria

Dopo aver "rassicurato" il mondo promettendo di eliminare definitivamente il Daesh dalla Siria al termine dell'operazione militare - ribattezata Fonte di Pace -, Erdogan ha annunciato che nei raid sono stati uccisi "109 terroristi", altri sono feriti, mentre altri ancora si sarebbero "consegnati" all'esercito turco e ai suoi alleati locali. Inoltre, le autorità di Ankara hanno annunciato di aver preso il controllo di due villaggi a ovest di Tal Abyad (uno dei principali punti di accesso dell'incursione turca in Siria, ndr). Si tratta dei villaggi di Yabse e Tal Fander che, nelle scorse ore, erano stati oggetto di bombardamenti turchi. 


Bombardata una prigione dell'Isis

Nel frattempo, le Forze democratiche siriane (Fds) a guida curda, hanno denunciato che la Turchia ha bombardato una prigione in cui sono detenuti miliziani dell'Isis di "oltre 60 Paesi. Per l'Fds si tratta di un "chiaro tentativo" di favorire la fuga dei jihadisti. Il carcer colpito sarebbe quello di Chirkin, nella zona di Qamishli, in base a quanto riferito dai curdi che lanciano l'allarme su "una catastrofe che il mondo potrebbe non essere in grado di gestire in futuro". Non è stato però chiarito se la prigione abbia subito dei danni e di quali portata, così come non è stato specificato se si siano verificate fughe dei miliziani jihadisti. Ankara non ha replicato all'accusa, ma in una nota diffusa dal ministero della Difesa, ha sottolineato di colpire solo terroristi, escludendo attacchi contro la popolazione o infrastrutture civili. 


Gli Usa pensano a delle sanzioni contro la Turchia

Nel frattempo, negli Stati Uniti, è nata un'iniziativa bipartisan al Senato per imporre sanzioni alla Turchia se non ritira il suo esercito dalla Siria. L'obiettivo è imporre all'amministrazione Trump di congelare i beni in Usa dei più alti dirigenti turchi, compreso il presidente Erdogan e i suoi ministri degli esteri, della difesa, delle finanze, del commercio e dell'energia. Le misure punitive colpirebbero anche le entità straniere che vendono armi ad Ankara, come pure il settore energetico turco.


Mosca punta il dito contro Washington

Ma c'è anche chi punta il dito contro gli Stati Uniti. Infatti, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall'agenzia di stampa Interfax, ha dichiarato che l'operazione militare della Turchia in Siria è il risultato delle azioni degli Stati Uniti in quell'area. "Purtroppo - ha dichiarato Lavrov - l'attuazione efficiente dell'accordo di Adana, che prevedeva azioni comuni (di Ankara e Damasco, ndr) contro i terroristi che operano al confine turco-siriano, è stata complicata dalle azioni degli americani e della loro coalizione sulla riva orientale dell'Eufrate. Sin dall'inizio della crisi in Siria abbiamo costantemente sottolineato che comprendiamo le legittime preoccupazioni della Turchia per quanto riguarda la sicurezza dei suoi confini - ha aconcluso Lavrov -. Allo stesso tempo, abbiamo sottolineato in ogni modo la necessità di risolvere queste preoccupazioni nel quadro degli accordi esistenti tra Damasco e Ankara, il cosiddetto accordo di Adana del 1998". 

 

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