Dal Libano si alza una voce che chiede di arrestare la spirale di violenza per tentare la strada del dialogo. E’ quella dei patriarchi e dei vescovi cattolici del Paese dei cedri, che diramano la propria preoccupazione per l’escalation mediorientale e i suoi possibili sviluppi in una dichiarazione diffusa al termine dei lavori dell’assemblea. Mentre le autorità libanesi comunicano che le vittime degli attacchi israeliani iniziati lunedì sono più di cento, se ne alza un’altra dai villaggi nel sud del Paese dei cedri. L’agenzia Fides riporta, citando parole il sacerdote maronita padre Toni Elias, che le comunità cristiane a Rmeish, Debel, Ain Ebel Alma el Shaab e nei villaggi più a ovest, hanno scelto di non seguire l’avviso di evacuazione diffuso dall’esercito israeliano, restando nelle proprie case. “Se lasciamo i nostri villaggi, potremmo non tornare più. Rimaniamo qui chiedendo la protezione di Dio”, così padre Elias.
La preoccupazione dei presuli
“Profonda preoccupazione” per l’escalation dei conflitti armati in Libano e in Medio Oriente e per il rischio che la regione scivoli verso confronti ancora più ampi, con gravi conseguenze per le popolazioni. È quanto afferma l’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano in una dichiarazione diffusa al termine dei suoi lavori, in cui si denunciano le vittime innocenti, lo sfollamento delle famiglie e il peggioramento della situazione umanitaria. I presuli – riferisce il Sir – sottolineano che il proseguire della spirale di violenza “minaccia la dignità della persona umana, dono di Dio, e mina le basi della giustizia e della stabilità“.
Fermare la violenza
Per questo si uniscono all’appello di Papa Leone XIV che ha ricordato come “la violenza non è mai la scelta giusta e dobbiamo sempre scegliere il bene”. La pace, affermano, “non è un’opzione secondaria o temporanea, ma un dovere umano e una responsabilità collettiva”. Da qui la richiesta di “un arresto immediato della spirale di violenza” e il ritorno al dialogo costruttivo e a un’azione diplomatica responsabile, fondata sulla ricerca del bene comune dei popoli che desiderano vivere nella pace, nella giustizia e nella dignità.
I villaggi cristiani
“Quello che sta succedendo è chiaro. L’operazione dell’esercito israeliano in territorio libanese è già in atto. E nei villaggi in cui abitano i cristiani, almeno quelli con cui sono in contatto, abbiamo scelto di non lasciare le nostre case, perché di certo, se lasciamo i nostri villaggi, potremmo non tornare più”. A parlare è padre Toni Elias, sacerdote maronita del villaggio di Rmeish, nel Sud del Libano. Rmeish dista in linea d’area meno di due chilometri dal confine con Israele. L’avviso di evacuazione è arrivato anche ai villaggi cristiani del sud del Libano la notte di lunedì dal portavoce arabofono dell’esercito israeliano. Le campane di alcune chiese avevano iniziato a suonare nella notte per avvertire i villaggi vicini. “A Rmeish e nei villaggi vicini di Debel e Ain Ebel” riferisce padre Toni Elias all’Agenzia Fides “siamo rimasti tutti nelle nostre case, e la stessa cosa hanno fatto quelli di Alma el Shaab e dei villaggi più a Ovest. Sono rimasti nelle loro case anche i drusi”. La scelta di rimanere e di non seguire l’avviso di evacuazione si fonda, per paradosso, sul riconoscimento della propria inermità: “Non abbiamo armi, non abbiamo missili, non siamo un pericolo per nessuno. Rimaniamo qui” aggiunge padre Toni “chiedendo la protezione di Dio”.
Le vittime degli attacchi
Il ministero della Salute Pubblica libanese ha dichiarato che 102 persone sono state uccise e 638 ferite negli attacchi israeliani nel Paese iniziati lunedì, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa nazionale libanese citata dal Guardian.
Fonte Ansa

