LUNEDÌ 09 APRILE 2018, 00:01, IN TERRIS

Violenza contro i bianchi

In Sudafrica agricoltori nel mirino. L'Australia offre diritto d'asilo

FEDERICO CENCI
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Manifestazione contro la violenza anti-bianchi in Sudafrica
Manifestazione contro la violenza anti-bianchi in Sudafrica
“È

finito il tempo della riconciliazione, ora è giunto il tempo della giustizia”. Con queste parole Julius Malema, basco rosso in testa, leader del partito sudafricano di estrema sinistra Economic Freedom Fighters (Eff), ha salutato l’approvazione in Parlamento della sua mozione che apre la strada all’esproprio di terre senza compensazione. Chi subirà le conseguenze di questa norma saranno contadini bianchi. Molti di loro, in realtà, nel Sudafrica che ha superato da oltre venticinque anni il regime di apartheid, non conoscono né riconciliazione né giustizia.


Chi invita a "sparare al boero"

E il rischio, dato il clima che si respira nel Paese, è che non conosceranno mai questi due nobili propositi. Clima alimentato dallo stesso Malema, che nel 2011 è stato ripreso mentre cantava “Shoot the Boer” (Spara al Boero, ossia ad una delle popolazioni bianche del Sudafrica). Lui si è giustificato affermando che quelle parole di morte non dovevano essere prese alla lettera, nonostante lui stesso mimasse con la mano la pistola durante il sinistro canto.

C’è chi, d’altronde, la mano la usa per impugnare armi vere eseguendo con i fatti l’invito canoro. E lo fa già da tempo, non solo con armi da fuoco, ma anche con mazze, machete, coltelli, e ancora trapani, torce elettriche e altri strumenti di tortura improvvisati. La mattanza è iniziata prima ancora che Malema, sempre lui, in un altro comizio rassicurasse a suo modo così: “Non chiediamo il massacro dei bianchi, almeno per ora”. Quel “almeno per ora” suona come un campanello d’allarme tra le vaste distese coltivate del Sudafrica, concentrate soprattutto tra Johannesburg e Pretoria. È in questi ghetti coercitivi, in queste lande dimenticate dal mondo che si va diffondendo un'ulteriore dose di terrore nel cuore dell’8 per cento di popolazione bianca, vessata e perseguitata da gruppi di violenti.


I numeri della ferocia

Sui numeri della barbarie nei confronti dei cosiddetti afrikaner (questo il termine per definire i bianchi della zona meridionale dell’Africa) non ci sono stime precise. L’associazione Transvaal Agricultural Union (Tau) stimava nell’autunno scorso che 64 contadini sono stati uccisi nelle loro proprietà nel 2015, 71 nel 2016, e 68 nei primi nove mesi del 2017. Sempre la Tau rilevava che nel Sudafrica dei 54 omicidi ogni 100mila abitanti (il tasso mondiale è di 9), nella comunità agricola questo sale a 138, il più alto al mondo. Numeri che indurrebbero a pensare a una ondata di brutalità su base razziale, se non fosse che non è chiara la percentuale esatta di bianchi (sebbene siano sicuramente in maggioranza) tra gli agricoltori.

Altre stime diffuse da organizzazioni di afrikaner - le stesse che hanno svolto ad ottobre un grande presidio nazionale intitolato “Black Monday” per denunciare la persecuzione anti-bianca - parlano di 72 omicidi di contadini bianchi in oltre 340 attacchi nelle fattorie. “Un agricoltore ha 4-5 volte più possibilità di essere assassinato in Sudafrica, rispetto a un sudafricano medio”, ha denunciato Ian Cameron, dell’ong che difende la cultura afrikaner AfriForum. Per comprendere la ferocia con cui avvengono questi assalti, basta citare uno dei primi episodi del 2017, avvenuto in una fattoria nei pressi di Dullstroom, costa orientale del Sudafrica. Come riporta la stampa britannica, due uomini hanno fatto irruzione in casa, dove vive una coppia sessantenne di contadini, e hanno chiesto denaro. Ma non c’erano soldi contanti, e allora i rapinatori hanno usato una torcia elettrica per ustionare il volto della donna prima di spararle facendo trovare il cadavere con un sacchetto di plastica in gola. Il marito è stato invece pugnalato all’altezza dello stomaco, sulle mani e in gola: il suo corpo privo di vita è stato lasciato in un bosco con un sacco di plastica nero legato sulla testa.

Alle brutalità non vengono esentati i bambini. Come ha raccontato al giornale australiano News.com.au una mamma 37enne di Johannesburg, ogni giorno in Sudafrica è necessario prendere numerose precauzioni per scongiurare il peggio per i propri figli piccoli. La donna ha confidato di trovarsi in una condizione di “estrema paranoia” ma - aggiunge - “è così che devi vivere in Sudafrica se vuoi stare al sicuro”. “Sempre prudente, sempre vigile e sempre pronto con una via di fuga”.


Chi è pronto ad accogliere i bianchi come rifugiati

Ecco allora che molte persone come questa donna vedono nell’espatrio l’unica soluzione. Le possibili destinazioni? Stati Uniti (dove è stato inviato un appello a Donald Trump), Canada, Gran Bretagna, Australia. Abituate ad ingaggiare entusiasmanti sfide sui campi da rugby, Australia e Sudafrica si trovano in queste settimane al centro di una mezza crisi diplomatica. Il motivo è proprio legato alla persecuzione dei bianchi nel Paese del presidente Cyril Ramaphosa, ex sindacalista e uomo di fiducia di Nelson Mandela.

Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull ha deciso di dar seguito all’apertura del Ministero dell’Interno di Canberra nei confronti delle numerose richieste di visti da parte di bianchi sudafricani per essere accolti come profughi. La disponibilità australiana ha irritato il Sudafrica, il cui governo presieduto dal Congresso nazionale africano (Anc) nega che ci sia una matrice razzista dietro ai continui assalti. Eppure l’Australia va avanti. “Non è discriminatorio, è un programma generoso: le persone che in Sudafrica si sentono perseguitate sono certamente in grado di candidarsi (per ricevere un visto come rifugiati in Australia, ndr), non c’è dubbio”, ha rimarcato Turnbull alla Abc Radio.

Quello dell’Australia è un piccolo segnale che scuote il silenzio occidentale sulla questione. Il regime di apartheid è stato foriero di gravi ingiustizie e di sofferenze per i nativi neri del Sudafrica, ma proprio per non ripetere gli errori del passato è necessario spegnere il clima politico da rappresaglia e stroncare le bande criminali. La violenza chiama violenza in una spirale senza fine. Nelson Mandela affermava: “Il perdono libera l'anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un'arma potente”. Tanti, troppi sudafricani che forse si dicono suoi seguaci stanno preferendo al perdono la vendetta violenta.

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