MERCOLEDÌ 02 MAGGIO 2018, 00:01, IN TERRIS

"L'Isis non è morto, vi spiego perché"

L'esperto di terrorismo Alessandro Orsini: "Auguriamoci che non si riunifichi con al-Qaeda"

FEDERICO CENCI
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Bandiera dell'Isis
Bandiera dell'Isis
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ono impresse negli occhi le immagini di terrore dei tagliagole dell’Isis. Filmati tecnicamente impeccabili, degni di un set di Hollywood ma dai contenuti orribili e reali, hanno inondato le tv occidentali per mesi e mesi. Il clima di panico suscitato, tuttavia, si è gradualmente estinto con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria ed Iraq. Ma possiamo davvero ritenere le truppe del Califfato ormai nella condizione di non nuocere più? Oppure dobbiamo temere che al declino dei guerriglieri in Medio Oriente possa fare da contraltare un incremento delle azioni terroristiche in Occidente?

A queste domande risponde Alessandro Orsini, professore di Sociologia del terrorismo, direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della Luiss di Roma, nel suo ultimo libro “L’Isis non è morto. Ha solo cambiato pelle” (ed. Rizzoli, 2018). In Terris lo ha intervistato per comprendere genesi e sviluppi futuri dello Stato Islamico e dei suoi accoliti.

Prof. Orsini, nel suo libro lei sottolinea che “l’Isis era travolgente senza essere forte”. Come ha potuto attuarsi questa sorta di ossimoro militare?
“È accaduto per varie ragioni. Una delle principali è che molte persone hanno trovato un forte interesse economico ad ingigantire il fenomeno dell’Isis per aumentare i profitti o gli ascolti. L’Isis è diventato un grande affare: ha accresciuto le parcelle degli esperti o presunti tali, ma ha anche aumentato gli ascolti televisivi, la vendita dei giornali e così via. La paura può diventare un grande generatore di soldi”.

Gli ascolti televisivi, tuttavia, sono anche il frutto di una strategia mediatica capillare e incisiva dell’Isis…
“La strategia mediatica è stata costruita principalmente da noi e non dall’Isis. L’Isis ha lanciato messaggi che noi abbiamo raccolto e amplificato a dismisura. Non siamo obbligati a rilanciare i messaggi dell’Isis, tantomeno a ingigantire la sua forza o le sue reali capacità espansive. Nel mio nuovo libro, descrivo il modo in cui l’Isis è stato favorito da noi europei attraverso la collaborazione e la sinergia tra varie forze sociali, che hanno trovato nell’Isis una fonte di guadagno. Ho cercato anche di richiamare l’attenzione sulle mancanze dell’università italiana, che non ha mai sviluppato gli studi sul terrorismo. Il fatto che l’università, che rappresenta la forma più alta del sapere, non abbia investito nello studio del terrorismo, ha avuto conseguenze molto negative sulla società italiana. Il livello medio del dibattito sul terrorismo, almeno in Italia, è rimasto basso. È l’università che ha il compito di innalzare il livello culturale di un Paese”.

Al di là del punto di vista occidentale, l’Isis ha raccolto consensi nel mondo musulmano. Quanto e come ha influito la contrapposizione tra sciiti e sunniti in Iraq sull’ascesa delle milizie di al-Baghdadi in quel Paese?
“Ha influito molto. L’Isis, soprattutto in Iraq, è stato, in larga parte, una forma di mobilitazione sunnita contro il governo sciita che, dopo avere rimpiazzato Saddam Hussein, ha attuato politiche settarie e discriminatorie verso i sunniti. Saddam temeva gli sciiti che, giunti al potere, hanno iniziato a temere i sunniti. Lo schema è rimasto lo stesso. Si è soltanto capovolto”.  

Ritiene che l’Isis sia stato favorito anche direttamente - con finanziamenti e forniture militari - da Stati nemici della Siria di Assad e dell’Iraq settario sciita di al-Maliki?
“Direi che le monarchie del Golfo Persico hanno finanziato i gruppi jihadisti che si battevano contro Bassar al Assad per rovesciarlo. Questi finanziamenti sono provenuti soprattutto da sceicchi che hanno agito privatamente attraverso il mezzo delle donazioni. Non abbiamo elementi per poter dire che i governi dell’Arabia Saudita o del Qatar hanno finanziato l’Isis. Se anche lo avessero fatto nei primi anni della guerra civile siriana, hanno poi certamente smesso. È dimostrato dal fatto che i governi saudita e degli Emirati Arabi Uniti hanno partecipato ai bombardamenti contro l’Isis nella coalizione guidata dagli Stati Uniti”.

Lei attesta nel libro di una riduzione dell’impegno statunitense in Siria che ha favorito una certa distensione. Nelle ultime settimane, tuttavia, ci sono stati diversi bombardamenti Usa su Damasco. Come li interpreta?
“La verità è che Trump è molto contraddittorio. Le sue contraddizioni sono una conseguenza del fatto che non ha una strategia precisa per la Siria. Direi, parlando più chiaramente, che non sa che cosa fare. Le sue dichiarazioni sul ruolo dei soldati americani in Siria sono una girandola continua. Trump parla di disimpegno, ma poi bombarda Damasco. Subito dopo il lancio dei missili, annuncia di voler abbandonare il teatro siriano, ma poi accresce la spesa per finanziare la guerra in Siria. Le cose stanno così: nessuno può strappare la Siria al controllo di Putin, senza sparare sui soldati russi. Siccome Trump non ha alcuna intenzione di dare inizio alla terza guerra mondiale, ma non vuole riconoscere di essere sovrastato dalla Russia, lancia i missili per prendere tempo e distogliere l’attenzione degli occidentali dall’essenziale”.

Qual è l’essenziale?
“L’essenziale è che Putin vince e Trump perde. Ovviamente, i veri sconfitti sono i siriani, che continuano a morire. Tuttavia, dal punto di vista geopolitico, Trump è il perdente e Putin è il vincente. I missili servono a fare confusione per nascondere questa realtà”.

Capitolo attentati. Mentre l’Isis in Medio Oriente subisce una sconfitta militare, c’è il rischio che i lupi solitari diventino più aggressivi in Europa e in America?
“È ciò che emerge dalle mie ricerche. I capi dell’Isis hanno smesso di coordinare, pianificare e finanziare gli attentati nelle città occidentali perché sono alle prese con tutti i problemi che la vita clandestina impone ai terroristi. E poi hanno perso i pozzi di petrolio e la possibilità di riscuotere le tasse. Il problema è che hanno lasciato carta bianca ai loro simpatizzanti, i quali agiscono, per lo più, come lupi solitari o in piccole cellule di amici e parenti privi di addestramento”.

Perché l’Isis non ha mai attaccato l’Italia? È dovuto soltanto all’efficienza dei nostri servizi di intelligence?
“I capi dell’Isis non hanno mai pianificato un attentato contro l’Italia perché il governo italiano si è sempre rifiutato di bombardare le postazioni dell’Isis. Però questo non ci pone al riparo dai pericoli. Potremmo essere colpiti da un lupo solitario o da una cellula che agisce in modo autonomo, come quella che ha colpito Barcellona il 17 agosto 2017”.

La parabola discendente dell’Isis potrebbe suggerire ai suoi capi di riconciliarsi con al-Qaeda?
“In questo momento, non sembra che ci siano le condizioni per una riunificazione tra l’Isis e al-Qaeda. Se però accadesse in futuro, sarebbe un grande problema per la sicurezza delle città europee e non solo. Dobbiamo sperare che l’Isis e al-Qaeda rimangano sempre divisi e litigiosi, in modo da indebolirsi a vicenda”.

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