La crisi iraniana entra in una fase di drammatica escalation, mentre la repressione delle proteste popolari si aggrava giorno dopo giorno e coinvolge sempre più attori internazionali. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington sta valutando “opzioni molto concrete” nei confronti di Teheran, non escludendo una possibile azione militare. Le parole del capo della Casa Bianca arrivano nel pieno di una rivolta che da oltre due settimane attraversa l’Iran e che, secondo organizzazioni per i diritti umani e fonti dell’opposizione, ha già provocato centinaia di morti e migliaia di arresti. Un bilancio ancora incerto, ma che restituisce la portata di una repressione definita da più parti come sanguinosa e sistematica. Intanto, il regime iraniano avverte che un eventuale intervento americano avrebbe conseguenze dirette sulla stabilità dell’intera regione, minacciando ritorsioni contro Israele e le basi militari statunitensi. Uno scenario che intreccia crisi interna, tensioni geopolitiche e il rischio concreto di un nuovo conflitto.
Le dichiarazioni di Trump
Donald Trump afferma che l’esercito americano sta valutando “opzioni molto concrete” per l’Iran. Martedì il presidente Usa si riunirà alla Casa Bianca con il segretario di Stato americano Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine. Trump ha dichiarato che sta valutando una possibile azione militare contro l’Iran. “Sembra che stiano iniziando a farlo”, ha detto rispondendo ai giornalisti a bordo dell’Air Force One che gli chiedevano se Teheran avesse superato la linea rossa da lui precedentemente indicata, ovvero l’uccisione di manifestanti. “Stiamo valutando la situazione con molta serietà. Le forze armate la stanno esaminando e stiamo valutando alcune opzioni molto concreto. Prenderemo una decisione”, ha aggiunto il presidente americano.
La repressione
L’Iran alza il tiro e, al sedicesimo giorno di proteste in tutto il paese, la repressione si trasforma in un bagno di sangue con centinaia di morti, 2000 denuncia la fondazione della Nobel Mohammadi, corpi ammassati negli ospedali, e migliaia persone arrestate. Donald Trump sostiene la protesta contro il regime e valuta di intervenire. “Qualsiasi attacco statunitense porterà l’Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi”, ha avvertito il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, legando la crisi interna a una nuova destabilizzazione della regione.
Le vittime
La protesta continua a crescere. Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana) i morti sono almeno 490 tra i manifestanti, ma il bilancio resta incerto e verosimilmente più alto. Addirittura, di oltre 2.000 dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore, come raccontano fonti dell’opposizione e anche la Fondazione Narges. Le persone arrestate sarebbero oltre 10.600. Hrana segnala anche 48 morti tra le forze di sicurezza. Numeri difficili da verificare, ma che restituiscono la portata della repressione. E il dramma non si ferma alle morti perché identificare i propri cari in mezzo alle centinaia di cadaveri ammassati diventa quasi impossibile, anche per l’ostruzionismo del regime. Alle famiglie verrebbe chiesto di pagare circa 6.000 dollari per il rilascio delle salme, che vengono ammucchiate in sacchi neri o “ammassati negli ospedali”, come dimostrano i video. La ong statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana) nel suo ultimo comunicato di questa sera ha dichiarato che il bilancio delle vittime in Iran ha raggiunto quota 544, ma ha anche affermato di aver ricevuto altre 579 segnalazioni di decessi, ancora in fase di indagine. Delle vittime segnalate finora, 483 erano manifestanti, mentre 47 erano membri dell’esercito o delle forze dell’ordine iraniane. In totale sono stati uccisi anche otto ragazzini. Il numero di persone arrestate finora è ora di 10.681.
Fonte: Ansa

