GIOVEDÌ 12 OTTOBRE 2017, 16:02, IN TERRIS


REGNO UNITO

I britannici preferiscono un “hard brexit”

Per i sudditi di Sua Maestà un divorzio brusco sarebbe migliore di un accordo punitivo

DANIELE VICE
Brexit
Brexit

Meglio un divorzio brusco che un accordo troppo punitivo per la Gran Bretagna. Lo pensano i tre quarti della popolazione del Regno Unito, secondo un sondaggio appena realizzato da Sky Data per l’emittente televisiva di Rupert Murdoch. Alla domanda se una Brexit accordo sia preferibile a un cattivo accordo (come sostengono i brexiteers duri e puri, inclusi alcuni ministri euroscettici del governo conservatore di Theresa May), ben il 74% ha risposto sì; mentre solo il 26 considera comunque necessaria un’intesa, quale che sia, e giudica l’opzione “no deal” negativa in senso assoluto.

Sulla necessità d’accantonare fin d’ora una somma in bilancio per far fronte all’ipotesi di fallimento dei negoziati con l’Ue e a una hard Brexit sono riemerse divisioni nel governo Tory. Con le perplessità del cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, titolare del Tesoro e sostenitore di una Brexit soft, messe in parte a tacere dalla premier May.

L’esecutivo britannico ha già stanziato quest’anno 250 milioni di sterline (278 milioni di euro) per prepararsi all’uscita e anche per far fronte a un’ipotetica “hard Brexit”. Secondo la premier conservatrice Theresa May, “i soldi saranno spesi dove serve”. In precedenza Hammond di fronte alla Commissione Tesoro dei Comuni aveva dato la disponibilità a fornire le adeguate risorse ai diversi ministeri sottolineando che sarebbe prematuro spendere i fondi ora con l’assunto che non ci sarà un accordo tra Gran Bretagna e Unione europea. Hammond, noto per la sua posizione soft nei rapporti con l’Ue, aveva però di fatto smentito un articolo del Timesin cui invece appariva la sua forte riluttanza a un intervento in caso di “hard Brexit”. Anche per lui infatti il governo è pronto ad ogni tipo di risultato dei negoziati.

Da parte sua l’Ue continua a far sapere che i progressi attualmente “non sono sufficienti” per passare alla fase due. “I negoziati richiedono tempo” e pensare di poterli constatare già ad ottobre era una previsione piuttosto “ottimistica” hanno spiegato fonti comunitarie. Lo scenario a cui si continua a lavorare nell’Unione è quello di un “buon compromesso“, per il quale esistono ancora tutti i presupposti.

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