VENERDÌ 07 DICEMBRE 2018, 03:41, IN TERRIS


GEOPOLITICA

Gli Usa, l'Inf e la Guerra fredda 2.0

Gli Stati Uniti starebbero valutando l'uscita dagli accordi di Reykjavik. Ma Mosca non sta a guardare

GIANNICOLA SALDUTTI
Mike Pompeo
Mike Pompeo
L

a nuova “guerra fredda” tra Mosca e Washington, che negli ultimi anni monopolizza le agende dei Paesi più influenti del mondo, si accinge ad entrare in una nuova ed alquanto preoccupante fase: gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato, tramite le parole del Segretario di Stato Mike Pompeo, la possibilità di uscita dal trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty). Le ripercussioni di una decisione del genere sarebbero molto gravi in termini di sicurezza, soprattutto europea. Il trattato Inf, infatti, decretò la dismissione reciproca dei missili nucleari a corto-medio raggio (500-5500 km) delle due superpotenze. Venne firmato a Rejkiavik nel 1987 da Michail Gorbačëv e Ronald Reagan e sancì, di fatto, la fine della guerra fredda tra Stati Uniti ed Urss, allentando definitivamente la pressione esercitata dalle armi nucleari sul territorio europeo. Vennero così smantellate sia le postazioni sovietiche composte dalle batterie di SS-20, sia quelle dei Tomahawk americani fronteggiatesi per anni lungo la cortina di ferro. Da tener presente che l’ispiratore di questa manovra di de-escalation fu il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, che nel 1978 intuì quanto scomoda fosse la posizione del continente europeo e della Germania in primis, ridotti a mera piattaforma operativa delle due superpotenze.


La questione

La motivazione della minaccia statunitense risiederebbe nelle accuse mosse da Washington alla Russia: Pompeo ha parlato di numerose violazioni del trattato da parte di Mosca, riferendosi senza mezzi termini allo sviluppo del missile SSC-8 e alla più recente installazione del sistema missilistico 9M729. Pompeo ha poi ribadito quanto il trattato Inf sia di fondamentale importanza dal punto di vista della sicurezza dei membri Nato e quanto gli Stati Uniti si aspettino un repentino cambio di rotta da parte del Cremlino. L’ultimatum di Washington è fissato per sessanta giorni, entro i quali la Russia dovrebbe, stando a quanto ribadito dal Segretario di Stato Usa, smantellare le recenti dotazioni missilistiche. La risposta russa non si è fatta attendere: qualsiasi aut-aut rivolto nei confronti di Mosca risulterà essere vano, dal momento che la Russia agisce nel pieno rispetto del trattato Inf ed è pronta al dialogo con gli Stati Uniti in una posizione paritaria e contraddistinta dal rispetto reciproco “senza muovere né accuse infondate né ultimatum”, come si legge dal comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri.


La replica

Il Presidente Putin è direttamente intervenuto sull’argomento, facendo notare come nessuna prova certa sia stata presentata a sostegno della posizione statunitense. Le parole del leader del Cremlino, riportate da RT in occasione dell’evento nazionale dedicato al volontariato russo, risuonano chiare: “Molti altri paesi, una decina già circa, producono questi armamenti, mentre la Russia e gli Stati Uniti hanno già limitato la produzione grazie agli accordi bilaterali. I nostri partner americani ritengono che la situazione sia cambiata al punto da dover dotare gli Usa di questo tipo di armi. La nostra risposta? Molto semplice: in tal caso faremo altrettanto”. Putin ha fatto notare come già da un anno l’installazione dei missili strategici fosse a bilancio del Pentagono: “Questa decisione è stata già presa tempo fa, in maniera silenziosa. Pensavano forse che non ce ne fossimo accorti...".


Conflitto di interessi?

Un tale stallo diplomatico risulta essere davvero molto problematico da gestire da parte dell’Unione Europea, ancora completamente impreparata non solo nella creazione di una forza di sicurezza comune, ma anche nella gestione di un programma comune che possa costituire un terzo polo indipendente nell’equilibrio strategico  ondiale. Le dichiarazioni di Federica Mogherini lasciano trasparire la preoccupazione delle alte sfere europee, ribadendo quanto il trattato Inf sia risultato decisivo per il mantenimento dell’architettura di sicurezza europea negli ultimi 30 anni. Se dal punto di vista politico, infatti, l’Ue può essere ormai considerata un’entità matura del tutto a sé stante rispetto agli Usa, dal punto di vista strategico è la Nato (ergo, gli interessi statunitensi) a gestire la sicurezza di gran parte del territorio europeo. Il rischio di un prossimo conflitto di interessi tra le due parti è molto forte, a maggior ragione se si tiene presente che la minaccia russa passa direttamente da Kaliningrad, alle porte della MittelEuropa. C’è da considerare, poi, il fatto che il trattato Inf sia stato firmato nel 1987, quando l’Unione Sovietica era in piena fase regressiva ma ancora nullalasciava presagire lo sfacelo del 1991.


Scenari preoccupanti

La dissoluzione dell’Urss e la deframmentazione dello spazio ex-patto di Varsavia ha favorito l’espansione indiscriminata delle strutture atlantiche in Polonia, Romania e Bulgaria. La Russia ha visto mutare considerevolmente le condizioni della sua sicurezza presso i suoi confini occidentali, sui quali ancora oggi giace la “frattura” sulla “zolla” geopolitica che molto probabilmente deciderà il futuro delle strategie mondiali: quella eurasiatica. È possibile, dunque, che il Cremlino stia ripensando totalmente le sue strategie di deterrenza. Da questo punto di vista, l’uscita dall’Inf da parte degli Usa potrebbe, sul lungo periodo, risultare una mossa azzardata anche per la difesa dello spazio americano stesso: in un prossimo futuro contraddistinto da uno spinto multipolarismo, alcuni Paesi centro e sud-americani potrebbero tornare nell’orbita di Mosca e Pechino. Basi militari russe e missili strategici dispiegati nel Mar dei Caraibi sposterebbero le lancette del tempo indietro di circa sessanta anni fa, riproponendo scenari davvero infausti per le sorti dell’umanità intera.

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