Zavoli, il giornalista che guardava all’uomo

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I grandi uomini non muoiono mai, perché lasciano alle generazioni che vengono dopo di lui una grande eredità di valori, insegnamenti e storie da raccontare. E’ quello che mi è capitato di pensare quando ho appreso della morte di Sergio Zavoli, il grande giornalista radiotelevisivo che ci ha lasciato due giorni fa all’età 96 anni. Zavoli ci ha lasciato una eredità straordinaria perché – nel fare il suo lavoro di cronista – aveva il dono di anticipare i tempi. E da giornalista, non si considerava un uomo del passato, ma un uomo del presente e dell’avvenire.

Al passato guardava solo per raccontarlo e per offrire a sé stesso le chiavi di interpretazione del presente e di costruzione del futuro. Per chi come me ha avuto il privilegio di studiare nella Scuola di Giornalismo di cui lui fu presidente del comitato scientifico negli anni ’90, il nome di Zavoli evoca anche il suo essere un uomo orgogliosamente del Servizio Pubblico.

Zavoli è stato Presidente della Rai dall’80 all’86. Ed alla Rai ha donato decenni del suo talento interpretando nel modo migliore l’essere un professionista del servizio pubblico, nel senso proprio di questa espressione, “al servizio del pubblico”, cosa che lui faceva sempre con passione e dedizione.

Zavoli guardava all’uomo e dall’uomo – nel senso di persona – sapeva tirare fuori ciò che lui portava dentro al profondo del cuore. Nel suo “Processo alla Tappa”, memorabile trasmissione dedicata al Giro d’Italia, non raccontava soltanto i successi dei campioni. Perché accanto a Gimondi e Merckx, c’era un mondo di gregari le cui speranze, i cui drammi, le tante sconfitte e le poche vittorie, lui riusciva a mostrare in modo mirabile.

Parlava con i Papi, Zavoli. C’e’ una sua foto del 1966 che lo ritrae, armato di microfono, al cospetto di Paolo VI in tempi in cui solo pensare di poter intervistare un Papa era considerato un pensiero al di là di ogni immaginazione. E parlava alle singole persone: la sua trasmissione “Clausura” realizzata in un monastero di suore, venne tradotta in sei lingue.

Era un uomo curioso, capace di porre molte domande: “Ho fatto per cinquant’anni il mestiere di chiedere” diceva di sé stesso. E da questo mestiere ha tirato fuori inchieste televisive indimenticabili: “La notte della Repubblica” sugli anni di piombo, “Viaggio intorno all’uomo”, “Credere o non credere” sul rapporto con la fede.

E non molti ricordano che tra le trasmissioni da lui create c’e’ anche “Tutto il calcio minuto per minuto”, la trasmissione radiofonica che ha festeggiato da poco i suoi sessant’anni di vita. E con quella idea geniale, condivisa con i colleghi Moretti e Bortoluzzi, Sergio Zavoli inventava la formula dello studio centrale, del campo principale e degli altri stadi collegati che potevano interrompere solo se arrivava un gol o una azione importante (un calcio di rigore, una espulsione).

Venti anni prima della CNN, con il calcio raccontato su Radio1, Sergio Zavoli si inventava la formula delle all news. Una intuizione profetica, come succede a chi riesce a leggere i tempi ed anticiparli.

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