Sono trascorsi trent’anni dalla pubblicazione di “Vita consecrata“, esortazione apostolica di San Giovanni Paolo II. Sottotitolo del documento postsinodale: “sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo”. Punto di partenza della missione: Roma. Fin dal momento della sua elezione al Soglio di Pietro, Giovanni Paolo II si presentò e si considerò soprattutto il vescovo di Roma. Per questo in ventisette anni di pontificato ha visitato 317 delle 333 parrocchie della città eterna. Un’attività apostolica instancabile da globetrotter alla quale affiancò i suoi viaggi in Italia e nel mondo. Un pellegrinaggio dettagliatissimo che volle iniziare da San Francesco Saverio nel popolare quartiere Garbatella, la chiesa che nel dopoguerra frequentava da studente di teologia inviato a Roma dall’arcivescovo di Cracovia, Adam Sapieha, per completare il percorso di formazione. La mappa romana del primo pontefice non italiano da cinque secoli includeva gli incontri in Vaticano con le comunità parrocchiali, le visite alle chiese di borgata, le celebrazioni nelle basiliche pontificie come la processione del Corpus Domini da lui ripristinata a San Giovanni in Laterano e i fuori programma di relax come la colazione o il gelato in qualche bar accanto alla parrocchia.

“Le visite a Roma sono state una componente essenziale della sua attività pastorale, segno chiaro dell’affetto e della premura con cui ha guidato la diocesi della quale è stato vescovo – spiega Angelo Zema, direttore di RomaSette, il giornale del Vicariato –. Un magistero itinerante che si integrò con le missioni apostoliche in giro per il mondo e che lo portò in tutti i quartieri romani. Dal 3 dicembre 1978, data del primo incontro con una comunità alla Garbatella, fino all’ultima visita, alla parrocchia di Sant’Enrico, il 17 febbraio 2002. Attraverso le visite si è impegnato con determinazione per dare alla Chiesa e alla città di Roma la coscienza del loro ruolo nel mondo”. Un pastore e non un sovrano, quindi. Un vescovo e non un Papa-re, come lasciava già presagire l’esordio sul Soglio petrino.
Giovanni Paolo II volle parlare subito alla folla in piazza san Pietro. Si presentò come “vescovo di Roma”, come pastore, non come Papa, non come capo di uno Stato, non come monarca. Con lo spirito del presule in pellegrinaggio, Giovanni Paolo II non trascurò nessuna porzione del territorio a lui assegnato. In uno di questi mini-viaggi un bambino sfuggì al cordone di vigilanza dei gendarmi vaticani e arrivò dal Papa che gli domandò il nome e se fosse in parrocchia da solo. “Santo Padre, sa come sono le donne: mia madre si stava ancora preparando e sono venuto qui a portare un regalo”. Aprì la mano e c’era una caramella. Karol Wojtyla la prese e la avvicinò al cuore dicendo: “Non me la merito“. Quella frase la ripeterà poi centinaia di volte in occasioni pubbliche e persino in discorsi ufficiali davanti a delegazioni di vescovi. L’ex studente polacco ha cercato e amato Roma. La città eterna ha ricambiato il suo calore e non si è mai dimenticata di lui.E così entro il 2021 Roma avrà una chiesa dedicata a san Giovanni Paolo II nella zona degli ex Mercati Generali, proprio nella sua amata Garbatella: sarà a tre navate e avrà anche una casa canonica.

Non sarà una vera e propria parrocchia, bensì un luogo di culto destinato prevalentemente ai giovani studenti dell’Università Roma Tre. Da tempo il Vicariato, attraverso mostre e pubblicazioni, alimenta un percorso storico-documentario per evidenziare il forte
legame tra Wojtyla e la città eterna. Un amore vissuto in tre fasi cronologiche distinte. Nel 1946 e 1947 le tappe, i momenti e i luoghi di formazione del giovane Wojtyla fecero da cornice alla sua permanenza nella città eterna e ai suoi studi di teologia all’Angelicum. Il
suo secondo soggiorno a Roma avvenne, invece, tra il 1962 e il 1965 in occasione del Concilio. E le radici dell’attività del futuro Pontefice si possono rintracciare proprio nell’assise del Vaticano II che ne costituisce quasi una premessa storica. Poi, da Pontefice, il legame tra Wojtyla e la capitale italiana si è sviluppato attraverso il Sinodo diocesano nella seconda metà degli anni ’80 e la Missione Cittadina da lui ideata in preparazione al Giubileo del 2000. Dai quindicimila missionari laici ai quali Karol Wojtyla assegnò il mandato di promuovere l’evangelizzazione, nacquero centri di ascolto del Vangelo nelle case, gruppi di riflessione negli ambienti di lavoro, confronti tra personalità ecclesiastiche ed esponenti laici del mondo della cultura su temi fondamentali della vita contemporanea, come i “Dialoghi in Cattedrale” nella basilica di San Giovanni in Laterano. Infine, la costituzione apostolica “Ecclesia in Urbe” con cui Giovanni Paolo II diede alla diocesi di Roma un nuovo profilo. Al Vicariato una pianta ingrandita mostra il percorso cronologico della missione di Karol Wojtyla attraverso le visite pastorali nelle parrocchie, ciascuna delle quali rigorosamente strutturate in fasi distinte. Ossia ’incontro con i giovani e con gli anziani, il messaggio di gioia e di speranza e il conforto ai poveri e ai malati. A ciò si unì l’abbraccio con i fedeli romani per le ricorrenze, scandite in ventisette anni dai ritmi del calendario liturgico.

È in queste occasioni che si approfondirono le tematiche proprie delle singole festività come l’offerta della corona alla Madonna Immacolata di Piazza di Spagna e la devozione mariana, con il rosario donato alla basilica di Santa Maria Maggiore. E ancora, la visita al presepio realizzato dai netturbini dell’Ama, il Corpus Domini al Laterano, la Via Crucis al Colosseo. E poi le iniziative di dialogo con la comunità ebraica (a partire dal primo, storico ingresso in sinagoga nel 1986), i colloqui con i sindaci in Campidoglio e con i leader politici nelle sedi istituzionali, come la Camera dei deputati, il conferimento della cittadinanza romana (Wojtyla proclamato cittadino di Roma il 31 ottobre 2002). E inoltre le visite ai carcerati a Regina Coeli e Rebibbia, agli ammalati negli ospedali, ai seminaristi,
al mondo delle università. Poi le canonizzazioni di personaggi romani come Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, i testi scritti e discorsi dedicati alla città. Karol Wojtyla insegnava ai sacerdoti della diocesi il modo di intendere l’incontro con Roma e di “imparare Roma”
anche attraverso gli antichi testi dai quali lui traeva le citazioni come le opere di Sant’Ireneo di Lione e Sant’Ignazio di Antiochia, brani della tradizione liturgica e la preghiera “Salus populi romani”. Per la sua diocesi pregava ogni giorno e la sera benediceva dalle finestre del Palazzo Apostolico prima di coricarsi. Giovanni Paolo II svolse il ministero di pastore di Roma, mettendo in pratica gli insegnamenti del Concilio e lavorando incessantemente affinché la Chiesa come popolo di Dio crescesse nella coscienza dei fedeli. Il suo timore, infatti, era quello che dopo secoli da sudditi dello Stato Pontificio nella psicologia collettiva e nella sensibilità comune i romani associassero la Chiesa solo con la sua struttura gerarchica.

