I vetri in frantumi dei palazzi dell’Onu

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In quello che appare come un paradosso (ma non c’è niente di più grottesco di una guerra, quindi nessuna sorpresa) il conflitto in Ucraina aumenta di virulenza, in modo del tutto proporzionale al ripetersi degli incontri tra le delegazioni dei due paesi coinvolti e delle richieste della comunità internazionale per l’avvio di un processo di pace. Anche questa elementare regola ha rotto, l’invasione della Russia, ed ora non si sa più né come gestire la crisi, né quando né dove. Una ulteriore prova che davvero, come dimostra lo spettro nucleare che viene costantemente agitato, questa è la crisi internazionale più pericolosa da quando Oppenheimer fece il primo esperimento atomico nel deserto del Nevada.
La crisi è la più pericolosa, ma il mondo non è mai stato così impreparato ad affrontarla. Non si tratta solo del fatto che la leadership sovietica era più collettiva e meno irrazionale dell’attuale dirigenza russa. Il nocciolo della questione risiede nella circostanza, infausta, che l’ordine mondiale scaturito nel 1945 si basava anche su una serie di pesi e contrappesi che trovavano in un luogo ben preciso la loro camera di compensazione: sulla sponda dell’East River.

Il Palazzo di Vetro esiste ancora, con la sua burocrazia e i suoi riti, ma è solo la parvenza di ciò che era e che dovrebbe essere. Lo hanno smantellato, dall’interno, pezzo a pezzo, potenze e circostanze. Nel 1962, all’epoca della crisi dei missili di Cuba, Adlai Stevenson andò per conto di Kennedy a reclamare la verità. Quando George W. Bush decise l’ingiustificabile guerra irachena del 2003 sentì il dovere di fare lo stesso, mandando Colin Powell al Consiglio di Sicurezza. Ma la verità non poté essere reclamata, perché verità non era e le armi di distruzione di massa non esistevano, al contrario dei missili di Kennedy. Bush allora non poté far altro che distruggere in tutti i modi l’autorevolezza dell’Onu e la sua forza mediatrice, riuscendo nell’intento. Logico che questa volta Putin non abbia sentito nemmeno il bisogno di provare a giustificarsi di fronte a quella che ritiene essere un’assemblea inutile e inconcludente. Non è solo una questione di personale disprezzo: è che qualcuno gli ha aperto la strada.

Per questo la crisi ucraina è ancor più complicata del dovuto: nessuno è in grado di individuare l’uomo o l’entità che possa mettere tutti intorno a un tavolo, o almeno fare quella diplomazia della Navetta che Henry Kissinger perseguì con successo prima degli Accordi di Camp David. Persino la Santa Sede, impegnata allo spasimo nel tentativo di aprire una finestra di dialogo, si scontra contro i nyet russi e gli anatemi di Kirill. È credibile la Turchia come paese mediatore? Non ha il peso necessario, e se dovesse riuscire sarebbe un miracolo, peraltro auspicabile. La Cina è al tempo stesso tertium gaudens e parte indiretta in causa, avendo agito specularmente ad una Unione Europea che tagliava i rapporti commerciali. Sì, potrebbe farcela, ma chi si fida fino in fondo di Xi? Anche Angela Merkel, richiamata in servizio, non avrebbe alle spalle il peso di un Paese intero, ed il suo successore Scholz è alle prime armi e non si è ancora conquistato lo standing necessario. Quanto a Macron, ha ammesso egli stesso la sua impotenza quando ha riconosciuto, sconsolato, che Vladimir Putin non sente ragioni.

In altri tempi il Palazzo di Vetro sarebbe stata la soluzione più logica, più immediata. Ed è vero che in passato Mosca ne ha già bloccato i lavori, quando Gromiko ripeteva i suoi no ossessivi e Khrusciov si toglieva la scarpa per batterla sul tavolo. Quindi affidiamoci fideisticamente ai precedenti e diciamoci che anche questa volta ne usciremo migliori, che le Nazioni Unite di fronte all’altrui impotenza riemergeranno nel loro ruolo. Intanto, però, lo spostamento d’aria dei missili di Putin ne sta frantumando i vetri

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