Papa Leone ha visitato ieri la parrocchia del Sacro Cuore di Roma, alla stazione Termini. Dell’ascolto della sua diocesi Robert Francis Prevost intende fare un architrave del proprio pontificato. Sul modello di San Giovanni Paolo II che in 27 anni di missione sul soglio di Pietro ha visitato quasi tutte le parrocchie della città eterna. Il Papa, capo della Chiesa cattolica, è anche il vescovo della diocesi di Roma. Esercita il primato papale su tutte le chiese particolari, sia di rito latino che di riti orientali. Robert Francis Prevost è il 267º papa della Chiesa cattolica, vescovo di Roma e sovrano dello Stato della Città del Vaticano. Fin dal momento della sua elezione al Soglio di Pietro, Giovanni Paolo II si presentò e si considerò soprattutto il vescovo di Roma. Per questo in ventisette anni di pontificato ha visitato 317 delle 333 parrocchie della città eterna. Un’attività apostolica instancabile da globetrotter alla quale affiancò i suoi viaggi in Italia e nel mondo. Un pellegrinaggio dettagliatissimo che volle iniziare da San Francesco Saverio nel popolare quartiere Garbatella, la chiesa che nel dopoguerra frequentava da studente di teologia inviato a Roma dall’arcivescovo di Cracovia, Adam Sapieha, per completare il percorso di formazione.

La mappa romana del primo pontefice non italiano da cinque secoli includeva gli incontri in Vaticano con le comunità parrocchiali, le visite alle chiese di borgata, le celebrazioni nelle basiliche pontificie come la processione del Corpus Domini da lui ripristinata a San Giovanni in Laterano e i fuori programma di relax come la colazione o il gelato in qualche bar accanto alla parrocchia. “Le visite a Roma sono state una componente essenziale della sua attività pastorale, segno chiaro dell’affetto e della premura con cui ha guidato la diocesi della quale è stato vescovo – spiega Angelo Zema–. Un magistero itinerante che si integrò con le missioni apostoliche in giro per il mondo e che lo portò in tutti i quartieri romani. Dal 3 dicembre 1978, data del primo incontro con una comunità alla Garbatella, fino all’ultima visita, alla parrocchia di Sant’Enrico, il 17 febbraio 2002. Attraverso le visite si è impegnato con determinazione per dare alla Chiesa e alla città di Roma la coscienza del loro ruolo nel mondo“.

Ieri nella parrocchia salesiana c’erano i giovani volontari e i senza fissa dimora, gli operatori della Caritas e i lavoratori stranieri. Un crocevia di culture, lingue e vite. La parrocchia del Sacro Cuore di Roma, alla stazione Termini, centro ma anche periferia, “un porto di terra”, come la definiscono i salesiani che sono qui dai tempi di don Bosco per stare accanto agli ultimi, e che ieri hanno mostrato dalle finestre le bandiere delle tante comunità che gravano nel territorio. Papa Leone ha scelto questa parrocchia per la sua seconda visita pastorale in Quaresima. E ha messo in evidenza le contraddizioni che si consumano in pochi metri. La violenza e la solidarietà, il disagio dei clochard e la spensieratezza di chi prende un treno per partire. Tra i volontari, riferisce l’Ansa, c’è anche un professore di italiano che aiuta gli stranieri a imparare la lingua, prima chiave dell’integrazione. “Il prossimo suo allievo posso essere io”, ha detto con una battuta il Papa americano. In chiesa e nel cortile è stata una grande festa di famiglie con canti e striscioni. Una coppia alza un cartello: “Ci sposiamo, ci benedice?“. Tra le file anche i senza dimora assistiti ogni sera dalla Comunità di Sant’Egidio. Ma anche dalla parrocchia il venerdì sera si parte con un pasto caldo per coloro che vivono per strada, intorno alla stazione più affollata d’Italia. Papa Leone nell’omelia ha parlato di “sfide” e “contraddizioni”.

“La spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione”. Quindi questa parrocchia romana, che si trova al centro della città ma allo stesso tempo in un luogo dove c’è tanto disagio esistenziale, “è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza“, ha concluso il Papa. Poi, prima di lasciare la parrocchia, ha salutato la comunità di don Bosco. E, riporta l’Ansa, ha fatto una confidenza: “Da ragazzo, prima di entrare negli agostiniani, feci anche una visita alla comunità salesiana. Siete arrivati al secondo posto, mi dispiace. Però forse c’è qualcosa che è rimasto nel mio cuore“. Con lo spirito del presule in pellegrinaggio, Giovanni Paolo II non trascurò nessuna porzione del territorio a lui assegnato. In uno di questi mini-viaggi un bambino sfuggì al cordone di vigilanza dei gendarmi vaticani e arrivò dal Papa che gli domandò il nome e se fosse in parrocchia da solo. “Santo Padre, sa come sono le donne: mia madre si stava ancora preparando e sono venuto qui a portare un regalo”. Aprì la mano e c’era una caramella. Karol Wojtyla la prese e la avvicinò al cuore dicendo: “Non me la merito”. Quella frase la ripeterà poi centinaia di volte in occasioni pubbliche e persino in discorsi ufficiali davanti a delegazioni di vescovi.

