Il Magistero come testimonianza e profezia. Sono trascorsi vent’anni dall’ascesa al Soglio di Pietro di Benedetto XVI. Nei suoi interventi i predecessori più frequentemente citati da Leone XIV sono Jorge Mario Bergoglio e Joseph Ratzinger. L’allora decano del collegio cardinalizio fu eletto al quarto scrutinio dai 115 cardinali elettori e l’annuncio fu dato dal cardinale protodiacono Jorge Medina Estévez. Ratzinger non aveva cercato a ogni costo l’elezione, ma una volta asceso al Soglio di Pietro mise subito a frutto i suoi talenti. Sorprese molti per il linguaggio semplice e diretto delle sue encicliche: Deus Caritas est, sull’amore cristiano (2006); Spe Salvi, sulla speranza cristiana (2007) e Caritas in Veritate (2009) sullo sviluppo umano integrale. Caritas in veritate, in particolare, suscitò un grande interesse a livello mondiale. Nel pieno della crisi economica, scoppiata nel 2008 negli Usa e che si sarebbe presto propagata in tutto il mondo, il Papa offrì la sua originale riflessione per rimettere la persona al centro delle dinamiche economiche e finanziarie. Disse, poi, il 10 dicembre 2011: “Anche nel campo dell’economia e della finanza, la retta intenzione, la trasparenza e la ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti“.

Durante il suo pontificato, Joseph Ratzinger pubblicò anche testi più personali, come il libro-intervista Luce del Mondo e soprattutto la trilogia su Gesù di Nazareth, nella quale il Papa offrì la sua ricerca di credente sulla figura storica di Gesù. In entrambi i casi si trattò di best seller mondiali. Né meno importante fu lo sforzo compiuto da Benedetto XVI per annunciare il Vangelo su vecchi e nuovi media. Disse il 28 febbraio 2011: “Oggi siamo chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli e metafore significative per le persone, che possano essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo contemporaneo”. Non doveva essere un pontificato mediatico, invece, malgrado la riluttanza del professor Ratzinger, finì per esserlo. Benedetto XVI, infatti, rilasciò interviste a emittenti radiofoniche, inviò sms ai ragazzi delle Gmg, rispose a domande in tv in occasione del Venerdì Santo. Si collegò, via satellite, con gli astronauti della stazione spaziale internazionale. Soprattutto, incoraggiò i media vaticani e cattolici in generale a evangelizzare il web. Portò a termine 24 viaggi internazionali, alcuni di portata storica come negli Stati Uniti dove si recò all’Onu e a Ground Zero a New York, in Terra Santa e Giordania e poi nel Libano dove incontrò i giovani siriani travolti dalla guerra. Ancora nel Regno Unito, dove pronunciò un memorabile discorso a Westminster Hall e a Berlino dove, primo Papa, parlò al Bundestag. Toccante e indimenticabile la visita del Papa, figlio della Germania, nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau.

Si deve a Giuliano Ferrara, dopo l’abdicazione di Joseph Ratzinger, la folgorante descrizione di un Pontefice controvoglia, quasi salito sul Soglio di Pietro suo malgrado. L’11 febbraio 2013 la vaticanista dell’agenzia di stampa Ansa, Giovanna Chirri ascoltava nella sala stampa della Santa Sede l’intervento del Pontefice al concistoro dedicato ai martiri di Otranto. E fu come sentire un boato in una sala di lettura. Davanti ai cardinali, Benedetto XVI annunciò la decisione di lasciare il pontificato dal 28 febbraio e alle 11:46 il flash dell’Ansa fece il giro del pianeta in pochi secondi con la notizia, senza precedenti nell’era moderna, delle dimissioni del Papa. Prima della conferma ufficiale del Vaticano, i principali mass media mondiali (agenzia Reuters, Cnn, Al Arabiya, France Presse, Telegraph, Bbc, Sky News) rilanciarono la rinuncia al pontificato, un fatto storico mai più accaduto da sei secoli.

Con un pugno di parole latine lette a voce bassissima, con un tono quasi spettrale e di difficile comprensione, comunicò la propria uscita di scena il rigoroso e inflessibile Papa teologo che in otto anni di pontificato non aveva avuto paura di puntare il dito contro la “dittatura del relativismo” e di proporre una fede ragionevole. Concluse così il suo discorso: “Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la santa Chiesa di Dio”. Praticamente, voleva proseguire ciò che aveva fatto per tutta la vita. Gli acciacchi dell’età e le delusioni subite nel corso degli anni avevano prosciugato le energie del Papa che avvertiva di non sentire più dentro di sé la forza necessaria a fronteggiare nel modo giusto le prove che gli erano davanti nella conduzione sempre più gravosa della Chiesa. In dialogo con tutti, anche con i non credenti. Preoccupato di difendere i deboli, senza timore di togliere il velo dalla piaga della pedofilia e degli abusi commessi da ecclesiastici. Il 28 febbraio 2013 il Papa, che tante volte aveva alzato la voce a difesa della vita e della famiglia e contro il peccato interno alla Chiesa che definì durante il viaggio pastorale in Portogallo “la peggior persecuzione”, scese dal trono e si ritirò in preghiera a “Mater Ecclesiae”, l’ex monastero nel cuore dei Giardini vaticani, sua residenza dal 2 maggio 2013 fino alla morte.

Ma per inquadrare l’epilogo del pontificato occorre focalizzarsi sul suo avvio. Riannodiamo, dunque, i fili del racconto, per tornare ai giorni che precedettero la fumata bianca. Nei conciliaboli, tra porporati e nelle riunioni pre-conclave, il nome del prefetto della Congregazione della Dottrina della fede fu una sorta di collante per la maggioranza wojtyliana del Sacro Collegio. La fazione progressista cercò di contrapporgli la candidatura dell’autorevole e carismatico cardinale gesuita Carlo Maria Martini, le cui possibilità di elezione erano però diminuite dal morbo di Parkinson che già all’epoca minavano la sua salute. Intanto, il cardinale Tarcisio Bertone, a lungo Segretario dell’Ex Sant’Uffizio e quindi stretto collaboratore di Joseph Ratzinger nella sua missione in Curia, e il ministro vaticano della Famiglia, Alfonso Lopez Trujillo organizzavano colazioni e cene con gli altri conclavisti per sponsorizzare Joseph Ratzinger come successore ideale di Giovanni Paolo II. A svelare come andarono le votazioni nella Cappella Sistina fu, a quattro anni dall’elezione di Benedetto XVI, il diario segreto di uno dei partecipanti al conclave. A pubblicarlo sulla rivista di geopolitica “Limes” fu il vaticanista Lucio Brunelli che fece emergere, per la prima volta, la vera storia che portò Benedetto XVI alla guida della Chiesa. Al terzo scrutinio, l’argentino Jorge Mario Bergoglio sembrava in grado di bloccarlo. Ma poi lo Spirito Santo soffiò in altra direzione. Nel 2005 su 115 cardinali solo due avevano già partecipato all’elezione di un papa. Uno dei due era Joseph Ratzinger.

Della clausura che diede alla Chiesa cattolica il 265° pontefice, il diario segreto del conclavista fece emerge un quadro inedito, più mosso, dell’elezione del cardinale Joseph Ratzinger. Al terzo scrutinio la minoranza riluttante a votare l’ex prefetto della fede aveva fatto blocco sul cardinale argentino Jorge Maria Bergoglio, raggiungendo l’obiettivo dei 40 voti. Troppo pochi per eleggere il primo papa latinoamericano della storia, ma sufficienti a impedire, in termini astratti, puramente aritmetici, il raggiungimento del tetto minimo dei 77 voti necessari per eleggere il papa (115-40=75). L’esito del conclave, per alcune ore, dopo la terza votazione di martedì mattina, 19 aprile, sembrò ancora aperto. A ognuno dei 115 cardinali elettori, all’inizio di ogni votazione, veniva distribuita non solo la scheda elettorale ma anche un foglio contenente tutti i nomi dei porporati. Quanti lo desideravano avevano così la possibilità di annotare le preferenze. Al termine d’ogni scrutinio la scheda e il foglio dovevano essere riconsegnati e finivano entrambi nella vecchia stufa di ghisa della Cappella Sistina. Molti porporati, però, (tra questi l’autore del diario) per conservare un ricordo esatto di quanto avvenuto in conclave, appena rientrati nella Casa Santa Marta si appuntavano su un altro foglio, personale, l’esito della votazione. Inoltre, un buon numero di porporati ricevette l’incarico di cardinale scrutatore o revisore e quindi dovette controllare l’esito delle votazioni e controfirmare i dati ufficiali finiti poi nella relazione finale stilata dal camerlengo. Operazioni che permisero così di meglio memorizzare e verificare i numeri. Il conclave ebbe inizio con l’annuncio del “fuori tutti”, e cioè extra omnes proclamato dal maestro delle celebrazioni liturgiche, monsignor Piero Marini.

