E’ ricchissima la pagina del Vangelo e in generale tutta la liturgia della Parola di questa domenica: l’insegnamento sulla amorevole tenerezza di Dio che fa diventare strumenti del suo amore e della verità anche i più piccoli e i più disprezzati dal mondo, rivelando così la sua stessa Onnipotenza. Quel mondo che predilige i suoi sapienti e i suoi dotti, quelli che secondo il noto filosofo napoletano Gianbattista Vico soffrivano del vizio della superbia (hybris) e della boria; c’è poi l’insegnamento trinitario e c’è l’insegnamento soteriologico: “venite a me voi tutti che siete stanchi ed oppressi ed io vi ristorerò”. Non potendo per questioni di brevità trattare di ognuno di questi insegnamenti, ho scelto l’ultimo. Il Signore ci chiama all’amicizia con lui, alla familiarità con lui.
Noi siamo affamati di cibo materiale come di cibo spirituale, ma alle volte non capiamo che la nostra fame più profonda è quella di Colui che ci sazia di ogni bene nel corpo e nello spirito: Cristo redentore. E questo cibo è vedere, fare, gustare la Volontà di Dio per vedere e gustare Dio stesso alla fine dei nostri giorni. Abbiamo molta paura – o la abbiamo avuta per tanto tempo – di chiamare per nome il nostro desiderio di provare piacere stesso. E così facendo l’abbiamo compensato, in qualche modo, in ciò che è transeunte e insoddisfacente, perché come diceva Aristotele come una rondine sola non fa primavera così un solo giorno di contentezza non fa la felicità. E così questi “piaceri” , i desideri della carne sregolati di cui ci parla San Paolo nella seconda lettura, ci fanno disgregare e disperdere, ci fanno appunto morire.
La promessa del Signore invece è quella di ristorarci per sempre, cioè di saziarci di Lui, cioè ancora, per usare l’espressione tommasiana, di realizzarci pienamente in tutta la nostra esistenza umana, realizzarci non solo secondo il desiderio del nostro fine naturale ma grazie ai suoi stessi misteri di elevarci al godimento del fine soprannaturale: la visione beatifica. E lo fa in una modo tale che già ora per mezzo della grazia noi possiamo godere di questa partecipazione alla vita divina. Ed per questo il Signore per bocca del profeta Zaccaria ci invita vivamente ad “esultare grandemente”. E non è qualcosa da paragonare ad una qualsivoglia tecnica psicoterapica o a qualche tentativo di autoconvincimento soggettivo di star bene: è dono dell’Altissimo, è il motivo oggettivo per cui possiamo vivere gioiosi anche se per ora siamo stanchi, afflitti, sofferenti, «in questa valle di lacrime», perché alla fine Egli, Dio altissimo, così come ha promesso, «tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 21,4) e in Lui ci darà ristoro eterno, se seguiremo il Signore Gesù Cristo che annuncia la pace, che spezza «l’arco di guerra» e le catene del peccato e della violenza innanzitutto nei nostri stessi cuori: Egli, Cristo, re di giustizia e di pace, di misericordia e verità, nel quale uno ci ritroveremo uniti ma non annichiliti bensì trasfigurati in un essere ed un operare deiforme e cristiforme, pur restando noi uomini e Dio restando Dio, perché la natura è appunto elevata soprannaturalmente dalla grazia fino alla gloria ma non mutata in quanto tale.
Dio creandoci e redimendoci, elevandoci con la sua grazia santificante, ha voluto dall’eternità rinnovare proprio l’uomo e la donna come suoi amici e familiari, pertanto non può snaturarli. Per questo San Tommaso d’Aquino ci insegna che la grazia non annulla la natura ma la suppone e la porta a compimento. E questi suoi figli nel Figlio vuole ristorare finalmente con la sua stessa Bellezza che coincide con la sua Essenza. Pertanto possiamo dire che ancora una volta risuona l’invito forte e tenero insieme alla «speranza che non delude» (Rm 5,5) : sursum corda!

