Russia e Cina: quale nemico sceglieranno gli Usa?

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Tornano i good ol’ days, come in America chiamano i bei vecchi tempi: l’Atlantico è più stretto, sale nuovamente alla ribalta un nemico comune e non c’è niente di meglio per cementare di nuovo un’alleanza che, saranno trent’anni, è in crisi di identità. Il vertice di Pratica di Mare, con Berlusconi che annunciava, senza rendersi conto di quello che diceva, l’ingresso della Russia nella Nato non solo è lontano, non solo è dimenticato. È cancellato, null and void come dicono sempre da quella parte dell’Atlantico.

L’America di Biden non riesce a somigliare a quella di Kennedy, ma almeno ci prova. Dal momento che a Bruxelles, alla Nato, Kennedy annunciò nel 1961 la riforma della linea di difesa dell’Alleanza, passando dalla Mutual Assured Destruction alla Flexible Response (in altre parole: non facciamo a gara a chi spara tutto e subito per distruggerci gli uni con gli altri, prima pensiamoci un po’ e vediamo se ci possiamo fermare in tempo), dicevamo dato che questa immensa novità Kennedy l’annunciò a Bruxelles, chissà che non si apra adesso una nuova stagione nelle relazioni tra noi europei e i nostri cugini un po’ lontani. Siamo a favore della svolta: in fondo siam parenti e tra parenti non si fanno complimenti. Se non altro perché chi si è affidato finora a russi e cinesi poi se ne è pentito amaramente. Chiedete al Montenegro.

L’Europa, che un paio di anni fa era data per spacciata sotto la spinta sovranista dei padroni in casa loro, segna un gran bel punto a suo favore. Il G7 ha visto quel discendente di irlandesi che ora siede alla Casa Bianca intimare a Johnson di farla finita e cedere sulla questione dei commerci al confine tra Eire e Ulster. Quello ha risposto con la solita insolenza che è padrone a casa sua, ma intanto è rimasto solo. Nemmeno un ungherese a dargli manforte. Dietro c’è qualcosa di ben più grande del confine tra le due Irlande. C’è il fallimento del progetto della Brexit di ristabilire con Washington quella Relazione Speciale che faceva negli anni ’50 del Regno Unito il partner privilegiato da questa parte dell’oceano. Venne Kennedy (sempre lui) e gli disse che non era più il momento. Arrivò Kissinger e nel 1972 proclamò addirittura l’Anno dell’Europa. A Westminster, dove una volta c’era più duttilità, capirono l’antifona e un anno più tardi erano entrati nel Mec, nonno un po’ stortignaccolo di quella che oggi è l’Ue. Ci auguriamo di tutto cuore che ora da quelle parti si manifesti uguale resipiscenza: in fondo anche loro sono cugini, anche se si credono i cugini nobili.

Risistemati i legami parentali, anche se il lavoro non è certo finito, gli Usa adesso si trovano di fronte due concorrenti molto ma molto agguerriti. Vediamoli uno alla volta. La Russia. Cremlino e Casa Bianca si sono scambiati finora delle delicate carinerie del tipo “sei un assassino”. Fallita è quella strisciante infiltrazione in Europa Occidentale che aveva visto Putin giocare sul sovranismo di qualche piccolo e sciagurato partitino locale (pensiamo all’Austria, ma non solo) per far saltare gli equilibri politici della regione e intanto allargarsi nel Mediterraneo. I fondamentali però la Russia li ha ancora tutti, e sono buoni.

La Cina. Il G7 ha lanciato una contro Via della Seta, che dovrebbe servire a contenere l’espansionismo cinese in tutto il continente eurasiatico (ma anche in Africa) per arrivare fin giù, in America Latina. Lavoro e Dottrina Monroe: se ci viene perdonato l’ennesimo richiamo, siamo ancora una volta a Kennedy e alla Alleanza per il Progresso. Ora, quale nemico scegliere? Nemmeno un gigante come gli Usa si può permettere lo scontro su due fronti. Uno dei due avversari sarà costretto a lasciarlo in pace. Azzardiamo una scommessa: al di là degli insulti di facciata, gli americani troveranno un modus vivendi con i russi. Lo hanno fatto anche in passato, quando in corso c’era la Guerra Fredda. Perché la Cina ha una forza che però è anche una debolezza: confina con la Russia (ci si ricordi della guerra, mai pubblicizzata, lungo il fiume Ussuri nel 1969); tocca via mare il cuore geostrategico degli interessi americani. Anche qua è questione di avere due fronti su cui evitare di combattere. La Germania del Novecento insegna quanto sia importante. Qualcuno osserverà, giustamente: anche la Russia ha due fronti, l’Europa e la Cina, per non parlare di quella sottile striscia di mare che la divide dall’Alaska. Esatto. Ed è proprio questo il motivo che potrebbe spingerla ad un atteggiamento un po’ più accomodante nei confronti del Vecchio Continente.

Non aspettiamo che la svolta sia annunciata in pompa magna nei prossimi mesi. Al contrario: si potrebbe cercare di nascondere tutto sotto il tappeto di una bella salva di reciproche contumelie. Ma ricordiamoci che, quando voleva andare a Mosca, un presidente americano vide bene di andare prima in Cina, e quindi oggi potrebbe essere bene che si segua il percorso contrario. Per evitare che si ritenga questa l’ennesima e uggiosa citazione di Kennedy, precisiamo che si trattava di Richard Nixon.

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