Una pace fragile in un mondo sempre più instabile

Immagine creata con ChatGtp

La pace è stata firmata. O almeno così ci viene raccontato. Ma osservando ciò che resta sul terreno, la sensazione è che si sia chiusa una fase senza risolvere le cause che l’hanno provocata. La guerra tra Stati Uniti e Iran sembra terminare, ma i presupposti che l’hanno generata appaiono ancora tutti presenti. Donald Trump aveva giustificato l’intervento militare come il preludio alla liberazione dell’Iran dal regime degli ayatollah. Aveva invitato gli oppositori a resistere fino all’arrivo degli americani. Poi sono partiti i bombardamenti, senza un vero coinvolgimento degli alleati europei, successivamente accusati di non aver fatto abbastanza. Nel frattempo, mentre venivano colpite infrastrutture militari, la repressione interna non si fermava. I dissidenti continuavano a essere perseguitati, arrestati e impiccati.

Il regime non è crollato. Ha resistito. Anzi, ha reagito minacciando e ostacolando il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota decisiva del commercio globale di gas naturale liquefatto. Ogni anno transitano da quel corridoio miliardi di barili di greggio e milioni di tonnellate di prodotti energetici. È bastata l’incertezza sulla sua sicurezza per provocare rialzi del prezzo del petrolio, aumenti dei carburanti e nuove spinte inflazionistiche. Persino negli Stati Uniti, oggi grande produttore energetico, consumatori e imprese ne hanno subito le conseguenze.

Per mesi il mondo ha assistito a una sequenza di ultimatum e annunci di pace. Ora che la guerra sembra conclusa, molte domande restano senza risposta. Che fine ha fatto l’uranio arricchito iraniano? La repressione contro gli oppositori diminuirà? Il passaggio di petroliere e metaniere a Hormuz sarà realmente garantito? E perché si parla già di finanziamenti americani e dei Paesi del Golfo per la ricostruzione delle città colpite? Non solo. Secondo alcune ricostruzioni, l’eventuale prosecuzione delle operazioni contro Hezbollah potrebbe perfino compromettere l’accordo raggiunto. Avevano dunque ragione quanti, a partire da Papa Leone XIV, raccomandavano di non iniziare il conflitto.

Il Pontefice aveva richiamato tutti alla responsabilità, ricordando che la guerra genera effetti imprevedibili e che la diplomazia resta sempre la strada più difficile ma anche la più utile. La lezione è amara. Finché l’ONU resterà bloccata dal diritto di veto delle grandi potenze, i conflitti continueranno a essere governati dagli interessi dei più forti. Finché prospereranno autocrazie e nuovi cesarismi, il rischio di nuove guerre resterà permanente. Finché il Sud del mondo sarà escluso dai grandi processi decisionali e privato di reali opportunità di sviluppo, diventerà terreno di conquista per fanatismi e violenze. Ma anche le democrazie devono interrogarsi. Non basta essere migliori dentro i propri confini. Occorre dimostrarlo nel mondo, sostenendo sviluppo, cooperazione e istituzioni internazionali più giuste. Diversamente, questa pace rischia di essere soltanto una pausa. E la storia insegna che le guerre non finiscono davvero quando tacciono le armi, ma quando vengono rimosse le cause che le hanno accese.

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