Papa Leone è stato scoperto dai grandi media internazionali solo all’undicesimo mese di pontificato. Quando la sera del 7 aprile, con passo calmo ma deciso, andò incontro al gruppo di giornalisti che lo aspettava sotto la pioggia, all’uscita di Palazzo Barberini, a Castelgandolfo, e dichiarò “inaccettabile” la minaccia del presidente Trump di riportare l’Iran all’età della pietra. La dichiarazione del Papa, seguita da altre inequivocabili parole di dissenso rispetto alla guerra che tanta sofferenza ha portato alle popolazioni del Medio Oriente, ebbe una risonanza enorme negli Stati Uniti. Al punto che ogni omelia di Leone XIV, anche se con tutta evidenza rivolta ad altri interlocutori, era fatta rientrare nello schema “Pope Leo versus President Trump”. Forzature che hanno provocato una garbata protesta del Papa stesso, durante il suo recente viaggio africano. Nessun passo indietro, ma l’invito a rispettare il senso delle parole nel loro giusto contesto: il Papa, nell’esercizio del suo ministero, non mette al primo posto la dialettica con Trump.
La popolarità di Leone, comunque, è salita alle stelle in tutto il mondo. Negli Stati Uniti un recente commento apparso sul New York Times parla di una “rinascita cattolica” associata a due fenomeni, in realtà distinti ma convergenti: un’impennata di conversioni al cattolicesimo fra i giovanissimi della generazione Z e la crescente stima che si è conquistato il primo papa americano della storia. Gli stessi temi sono stati al centro di una puntata di “60 minutes”, il popolare talk della Cbs, dove erano stati invitati tre cardinali americani.
Al di là della fondatezza delle analisi sociologiche sul “catholic revival”, impressiona il cambio di atteggiamento dei media nei confronti della Chiesa cattolica: appena due decenni fa essa era investita dalla bufera dello scandalo della pedofilia del clero: un senso di sconforto e vergogna si respirava nelle parrocchie. Oggi la reputazione pubblica della comunità cattolica è decisamente risalita; merito dei papi che da Benedetto XVI a Francesco fino a Leone XIV hanno saputo riconoscere con coraggio i peccati degli uomini di Chiesa, adottando tutte le misure possibili per curare questa piaga.
L’impegno per la pace ha caratterizzato fin dall’inizio il pontificato di Leone XIV. “La pace sia con voi”, furono le sue prime parole scandite dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro, l’8 maggio di un anno fa. Ma l’impegno contro la guerra non esaurisce un pontificato che percorre le stesse grandi linee ideali di Papa Bergoglio, con accenti e specialmente forme diverse, più classiche.
Non tutti i pontefici hanno lo stesso temperamento ed è bello, guardando alla storia recente della Chiesa, vedere come dopo un papa molto espansivo è arrivato quasi sempre un papa dal carattere più riservato. Così al bonario papa Roncalli succede l’austero Montini, al super mediatico Wojtyla il timido Ratzinger e, all’uragano Francesco, il più riflessivo Leone. Per il papa agostiniano rifuggire da un protagonismo eccessivo non è solo un fatto temperamentale.
Nella prima omelia, al collegio cardinalizio, il 9 maggio, affermò che un impegno “irrinunciabile” sarebbe stato per lui “sparire perché rimanga Cristo”. È la consapevolezza chiara, nutrita dalla spiritualità di sant’Agostino, che in ultima analisi non è la figura umana del Papa a guidare la Chiesa: solo l’attrattiva della Grazia, tramite la bellezza di testimonianze e storie vere di santità, può muovere i cuori e le menti delle persone, anche e soprattutto quelle più lontane oggi dalla pratica religiosa.

