Trasformismo e giri di valzer: la politica del Belpaese

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Quante volte, in questi giorni, avete sentito parlare, ma soprattutto letto, di giri di valzer della politica, e dei politicanti. Tante persino, troppe, al punto da averne fatto indigestione. E qel modo di dire, giro di valzer, significa “repentino mutamento dell’atteggiamento nei confronti di qualcuno“, in genere in politica. Il conio della frase lo si deve al cancelliere tedesco von Bülow e faceva fa riferimento (nel 1902) all’avvicinamento, ritenuto “innocuo”, dell’Italia ai Paesi della Triplice Intesa, pur facendo parte della Triplice Alleanza. Quindi i tedechi codificano il modo, ma il mezzo è tutto un parto italiano. Dal quale, forse, non ci siamo mai affrancati.

Del resto nel Belpaese non sono di moda solo i giri di valzer. Per chi ha una certa dimestichezza con il vocabolario della politica, l’attuale fase storica richiama alla mente l’epoca del trasformismo. Ovvero una prassi di governo fondata sulla ricerca di una maggioranza mediante accordi e concessioni a gruppi politici eterogenei, e talvolta a singoli esponenti di un partito avverso, allo scopo di impedire il formarsi di una vera opposizione, con particolare riferimento a quella inaugurata dallo statista Agostino Depretis negli anni successivi al 1880. Si, 142 anni fa, ma sembra oggi. Anzi, quel trasformismo, associato ai giri di valzer, è stato affinato, reso più fluido, in linea con i tempi moderni. Ma invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia, come insegna la matematica.

Al di là delle teorie, premessa necessaria per addentrarci in una giungla tanto fitta quanto piena di trappole, per riprendere il contatto con la realtà occore partire dal tema dominante, ovvero la rottura di Calenda con Letta e la possibile intesa del leader di Azione con Matteo Renzi e la sua Italia Viva. I numeri, prima di tutto. Con la rottura dell’alleanza con il Pd e la nascita, possibile, di quella con il senatore fiorentino, Azione regala a Lega, FI e FdI la possibilità di ambire al 46 per cento dei voti, al 61 per cento dei seggi alla Camera e al 64 per cento al Senato. Cifre e stastiche sono figli legittimi di sondaggi e proiezioni, basate su algoritmi, cosi tanto in voga di questi tempi. Dunque, basta spostare una pedina, come sulla scacchiera, e lo scacco matto diventa la mossa del cavallo. Dopo i giri di valzer dei giorni scorsi, e la rottura apparentemente definitiva tra Azione e Pd, l’istituto Cattaneo ha prontamente aggiornato le stime pubblicate il 27 luglio, assumendo che Carlo Calenda e Matteo Renzi riescano ad accordarsi per presentare una lista comune, indipendente dai principali schieramenti.

Al momento, questa sembra l’unica possibilità, benché, a dirla tutta, le premesse non consentono di avere alcuna certezza per gli sviluppi futuri. Calenda non può presentare liste da solo senza raccogliere le firme richieste dalla legge sul procedimento elettorale, perché la peculiare alleanza che siglò con il Pd per le europee (quando, parole sue, «era ancora iscritto al Pd e Siamo europei non era un partito») non ebbe nessuna declinazione giuridica in sede di presentazione delle candidature. D’altro canto, è pressoché impossibile che Azione riesca a raccogliere 30 mila firme certificate tra il 13 e il 22 di agosto. Dunque, nel negoziato con Renzi, Calenda parte più debole di una settimana fa. Anche a essere ottimisti, i seggi potenzialmente oggetto del negoziato tra i due leader non sono molti di più di quelli stimati dall’analisi del Cattaneo, che prende per buone le medie dei sondaggi già pubblicati e assume che a oggi, insieme, ma senza +Europa, potrebbero ambire al 6 per cento. Tuttavia, l’istituto Cattaneo esclude che il centrodestra unito possa ottenere i due terzi dei seggi parlamentari, utili per poter approvare in autonomia riforme della Costituzione senza passare dal voto popolare. Stando ai dati, secondo l’istituto il centrodestra dovrebbe ottenere il 46% dei consensi, il M5s circa l’11%, Italia Viva e Azione si attesterebbero al 6% mentre il centrosinistra si attesterebbe al 30%.

Il quadro, come s’intuisce, resta molto dinamico e nulla può essere dato per scontato. Del resto pure nel centrodestra nulla è come sembra. Sotto l’apparente calma, si va consumando un durissimo scontro fra la Meloni e Salvini su chi deve essere il premier in caso di vittoria della coalizione. La tesi della leader di Fratelli d’Italia è netta. in base alle regole del cartello eletorale chi prende un voto più degli altri esprime il capo del governo. Come sostengono molto analisti a sinistra si litiga prima, a destra dopo. Del resto nel Paese dei giri di valzer come regola, la tal cosa non stupisce affatto, anzi rafforza tesi e teorie. Non solo.

Le fughe da Forza Italia (Gelmini, Brunetta, Carfagna solo per citare i nomi più famosi) sono li a dimostrare come certi atteggiamenti non siano ad appannaggio di una sola parte, ma rappresentano un patrimonio comune del panorama politico italiano, dove un poste al sole vale più di un un posto nella storia. Ammesso di considerare questi attori in scena, pronti a recitare a soggetto, degni della parola storia. Il cui valore intrinseco viene troppo spesso contrabbandato con la realtà.

Nel frattempo il centrodestra ha già confezionato il proprio programma di governo. Da «Italia a pieno titolo parte dell’Europa, dell’Alleanza atlantica e dell’Occidente», punto numero 1, fino al punto 15: «Giovani e sport». Il libro dei buoni propositi è scritto e ha un titolo «draghiano»: «Italia domani», come quello governativo sul Pnrr. Il documento è stato consegnato ai leader di partito e dunque il tavolo di coalizione ha ufficialmente chiuso i suoi lavori. Resta aperto quello sui collegi, fin qui un autentico tour de force che ha messo severamente alla prova, giorno e notte, gli «sherpa» dei partiti. Perché per i giri di valzer e trasformisti bisogna tenere la porta aperta sino all’ultimo minuto. Questa è l’Italia di oggi ma sembra quella del 1800…

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