Nel pieno delle tensioni internazionali legate alla Groenlandia, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un duro messaggio ai leader europei, invitando il primo ministro britannico, Keir Starmer, e il presidente francese, Emmanuel Macron, a concentrarsi prima sui problemi interni ai loro Paesi. Come sempre il presidente americano gioca di rimessa quando la situazione si fa complessa e quando c’è in ballo un vertice importante, come il G7 di Parigi, convocato da Macron ma snobbato da Trump. “Londra e Parigi hanno molti problemi”, ha affermato Trump, indicando in particolare immigrazione ed energia come nodi centrali.
Riferendosi al Regno Unito, il presidente ha criticato duramente la scelta di non sfruttare le risorse di petrolio e gas del Mare del Nord, ribadendo una posizione che porta avanti da anni. Secondo Trump, la Gran Bretagna potrebbe “fare una fortuna” se decidesse di trivellare e sfruttare appieno le proprie risorse, invece di coprire le campagne con turbine eoliche. Il presidente ha inoltre richiamato l’attenzione sui livelli di immigrazione di massa nel Regno Unito, descritti come storicamente senza precedenti. Nonostante una crescita demografica naturale minima o quasi negativa, la popolazione continua ad aumentare rapidamente a causa dell’elevato numero di nuovi arrivi. Secondo diverse analisi demografiche, il Paese sarebbe ormai a pochi decenni da un profondo cambiamento della propria composizione etnica e sociale.
Trump ha sostenuto che sia la Francia sia la Gran Bretagna “potrebbero rimettere in sesto i loro Paesi” se davvero lo volessero, lasciando intendere una mancanza di volontà politica più che di mezzi. Al presidente statunitense è stato chiesto di commentare la proposta di Macron di organizzare una riunione d’emergenza del G7 a Parigi dopo il Forum economico mondiale di Davos, proprio per discutere della questione groenlandese. La risposta di Trump è stata netta: partecipare sarebbe una perdita di tempo. Il presidente ha spiegato di preferire colloqui con persone “direttamente coinvolte” piuttosto che con leader che, a suo dire, non resteranno a lungo in carica. Riferendosi a Macron, Trump ha dichiarato: “È un mio amico, è un bravo ragazzo, mi piace, ma non resterà lì ancora per molto”.
Queste azioni rappresentano l’ennesimo segnale della linea dura di Trump nei confronti delle affermazioni dell’Europa, avvertenza che i rapporti cordiali con Washington dipendono dal riconoscimento del primato americano nell’alleanza occidentale. Il presidente ha anche criticato la cessione delle Isole Chagos da parte del Regno Unito, sottolineando come rinunciare a territori strategici – soprattutto quelli che ospitano basi militari cruciali – sia un atto di debolezza. Secondo Trump, proprio episodi di questo tipo dimostrano perché gli Stati Uniti debbano avere l’ultima parola sulla sovranità dei territori strategici che ospitano le loro infrastrutture militari più importanti, come nel caso della Groenlandia, considerata da Washington una priorità di sicurezza nazionale.
Certo, la confusione sotto il cielo sta divenendo sempre più articolata. Però attenzione, perché oggi l’Europa, sempre più tra l’incudine statunitense e il martello post-Sovietico, ha una possibilità: reagire. Certo, non dimenticando che ci sono bulli e bulli, e che gli Stati Uniti – per quanto talvolta sopra le righe – sono sulla nostra stessa barca. Ma sì, reagire, e far valere il suo peso. Dopo anni di lacune e di obiettivi mancati, è tempo di un ritorno europeo forte e deciso nella Nato. E di questo, forse, si farà portavoce oggi la Meloni, impegnata a Bruxelles alla riunione informale dei Capi di Stato o di Governo del Consiglio europeo, sapendo che il ruolo dell’Italia nella partita dipende dal peso dell’Europa, e in parte della Nato. Tanto che stavolta, vuole giocare a carte coperte.
Il cancelliere tedesco Merz è sempre fra i più preoccupati per le conseguenze di uno scontro commerciale rintuzzato da nuovi affondi di Trump. Preoccupazioni che sono anche italiane. Però la premier Meloni considera la mossa sui dazi di Trump un errore e lo ha detto esplicitamente pur avvertendo che non bisogna alimentare una “escalation”. “Quando c’è stata la questione dei dazi, in Europa credo che nessuno si sia battuto con Donald Trump come si è battuta la sottoscritta”, ha detto la premier ospite a Porta a Porta. I Ventisette discuteranno anche della partecipazione “board” di Gaza: ormai si contano più le assenze che le presenze. La parte europea è rimasta solo Orban e ha accettato di partecipare. Alla fine la premier Meloni , dopo aver detto che l’Italia avrebbe dato un contributo positivo all’operazione, ha frenato, man mano che aumentavano le prese di distanza. Francia e Germania hanno detto no, la Svezia e la Norvegia pure. Londra sarebbe nella stessa scia. Non si vuole far parte di una operazione costruita su misura di Trump e dai contorni spiccatamente diplomatico-affaristici, che può costituire un precedente per altre soluzioni di crisi nel mondo, di fatto in alternativa a soluzioni sotto egida Onu. “Io faccio quello che è giusto per la nostra nazione ed è ovvio che per fare quello che è giusto per la nostra nazione e per essere rispettati”, così la Meloni da Vespa, nella puntate speciale per i 30 anni del programma.

