Sui temi ambientali si gioca il futuro della Terra

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“Sappiamo che le cose possono cambiare” è uno dei messaggi centrali dell’enciclica papale Laudato Sì sulla cura della Casa Comune. A sette anni dalla sua promulgazione la spinta propulsiva che porta con sé non si è affatto esaurita ed è più che mai faro in grado di illuminare il cammino verso uno sviluppo sostenibile e, soprattutto, integrale del genere umano. Per misurare la progressione in questa direzione, è evidentemente necessario fare un bilancio dell’anno 2021 sulle tappe percorse lungo questa strada.

A livello globale queste sono illustrate dell’autorevole panel di esperti internazionali sugli impatti dei cambiamenti climatici (IPCC) il cui rapporto conferma gli scenari previsionali di una terra in “surriscaldamento” e, rivedendo in peggioramento gli impatti per le attività umane, mette in guardia i decisori politici sull’intraprendere azioni urgenti per contrastare l’aumento dei gas clima-alteranti (CO2 in primis) nell’atmosfera. La posta in gioco sembra essere altissima: ondate di calore sempre più frequenti, siccità agricole, precipitazioni estreme e rafforzamento di cicloni e monsoni. E ancora, nel peggiore dei casi, innalzamento del livello medio del mare di due metri entro il 2100 e 5 metri nel 2150. Le aree litoranee dello stivale potrebbero presentarsi radicalmente mutate agli occhi dei nostri pronipoti e grandi aree costiere sede di attività industriali e produttive potrebbero trovarsi sommerse. D’altro canto, il rapporto IPCC certifica la complessità nel raggiungere gli obiettivi posti dall’accordo di Parigi del 2015, che sarebbero peraltro divenuti insufficienti per invertire una tendenza di peggioramento delle condizioni atmosferiche e climatiche che, purtroppo, non segue un incremento lineare.

Il Clima bene comune dell’enciclica è in pericolo. Anche per questo il Parlamento Europeo è corso ai ripari. Pur riconoscendo i risultati raggiunti (una riduzione di circa 25 punti percentuali delle emissioni di gas serra tra il 1990 e il 2019) le istituzioni comunitarie hanno voluto rilanciare sulla neutralità climatica al 2050 e posto un quadro di riferimento al passo con i tempi. La transizione energetica verso approvvigionamenti da fonti rinnovabili e non inquinanti è un tassello fondamentale insieme al rafforzamento della capacità di “catturare” le emissioni atmosferiche agendo sulla qualità degli ecosistemi naturali. Uno sforzo ad ogni livello: politico, industriale-economico e sociale. Quest’ultimo poi ritenuto fondamentale per intercettare e favorire le migliori pratiche e individuare le azioni più efficaci ed efficienti. Anche tenendo conto della necessità che la transizione garantisca una condivisione dei benefici e dei costi socialmente equilibrati e, in definitiva, giusta. Proprio su questo aspetto c’è da sottolineare come il 2021 sia stato definito come l’anno della giustizia climatica.

La credibilità degli Stati e delle azioni condotte nel solco degli strumenti internazionali, come le COP discendenti dall’accordo di Rio de Janeiro del 1992, sembra essersi definitivamente esaurita. Ritenuti incapaci di contrastare il cambiamento in atto tramite interventi radicali i governi sono stati bocciati dai movimenti ambientalisti al grido “no more blah blah blah” in occasione della COP 26 di Glasgow, giudicata dai più come un fallimento. Ciò è manifestazione di un fenomeno nuovo, per alcuni versi, ma già molto strutturato. L’invocazione di diritti ambientali da parte di soggetti transnazionali in grado di portare in giudizio, davanti alle corti di mezzo mondo, governi e stati è sempre più diffusa. Una fattispecie da non guardare necessariamente con sospetto, ma sarebbe necessario un più ampio dibattito circa la legittimazione di questi soggetti a rappresentare presunti diritti ed anche reale imputabilità dei singoli stati; a questo si deve aggiungere il consolidarsi di una impostazione che ritiene le valutazioni tecniche come immediatamente conseguenti una obbligazione giuridica, con la evidente conseguenza di una rischiosa subalternità delle strutture governative tradizionali a quelle scientifiche senza la necessità di una mediazione di stampo democratico.

La tecnica come principale risorsa per interpretare l’esistenza. Elemento dal quale Papa Francesco mette in guarda nella sua enciclica auspicando al contrario “una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità” come elementi che si oppongano al paradigma tecnocratico. Sui temi ambientali si gioca il futuro del nostro pianeta, non solo in termini di ecosistemi naturali, ma anche e soprattutto di ecosistemi sociali. In una chiave di ecologia integrale. Anche per l’Italia l’anno 2021 è stato, sui temi ambientali, assai significativo. A partire dall’organizzazione del governo che ha visto la nascita del Ministero della Transizione Ecologica (e la scomparsa di un dicastero nominativamente dedicato all’ambiente e al territorio) come riflesso di un più ampio cambiamento dei sistemi politici già avvenuto in altri paesi e come risposta ad una mutata concezione dei temi ambientali.

La necessità di una maggiore sinergia tra sviluppo economico e tutela ambientale e la centralità del tema energetico che è sia input che output sui sistemi naturali e sulle sue risorse. L’Italia nel 2021 ha visto, drammaticamente proprio al termine dell’anno, sottolinearsi la propria fragilità sul settore energetico (che ha causa ed origini ben più complesse rispetto ai meri profili ambientali) che ha riportato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali termini che sembravano cancellati dal vocabolario, come “il nucleare”. Questa è in realtà solo la punta di un iceberg se si considera la politica di transizione energetica italiana nel suo complesso, che prevede lo sfruttamento dell’energia solare (che d’altronde fa del paese quel bel che lo rende famoso nel mondo) tramite l’installazione estensiva di parchi fotovoltaici che avranno un impatto notevole su vaste aree della penisola e che si ritiene possano comportare profondi cambiamenti nelle vocazioni dei territori che li “ospiteranno”.

Sembrerebbe un prezzo da pagare, se si vuole raggiungere la neutralità climatica tanto desiderata. Ma che necessita di un adeguato e attento processo di accompagnamento che aiuti i territori a non giudicare come “calati dall’alto”, ammesso che sia possibile, i processi di trasformazione prevedendo e riducendo possibili rigurgiti. E quindi evitando nuovi strappi anche sociali. Vi sono poi da analizzare le tendenze su alcuni particolari indicatori ambientali. L’uso del suolo è in costante e crescente aumento: circa 2 mq al secondo vengono consumati e la superficie nazionale ha una copertura ad oltre il 17%. Per contro sono aumentate le superfici delle nostre foreste, del 28%, portandoci così ad una estensione di oltre 11 milioni di ettari superando i paesi “tradizionalmente” forestali. Notizie meno positive sul fronte inquinamento ambientale. Solo il 58% delle risorse idriche è in uno stato buono e quasi l’1% del territorio nazionale è interessato da fenomeni di degrado e compromissione delle matrici ambientali (suolo ed acque sotterranee) che da una parte richiedono investimenti e risorse per il ripristino e dall’altra creano squilibri sociali e produttivi rilevanti.

A queste valutazioni andrebbero aggiunte quelle inerenti agli aspetti antropologici. Come si pongono gli individui rispetto alle tematiche ambientali? Se circa l’80% degli italiani è disposto a cambiare i propri comportamenti per una causa comune, solo 1 su 2 sarebbe propenso ad accettare una riformulazione del benessere economico. E quando si entra nel merito del consumo energetico, solo 2 italiani su 10 orientano le proprie scelte basandosi ai principi di rispetto dell’ambiente e contrasto ai cambiamenti climatici. L’anno che ci aspetta da vivere non sarà dunque povero di sfide. Per questo sarà necessario affrontarlo, ciascuno per il proprio, da protagonisti. Un protagonismo che si ponga come primario obiettivo, soprattutto quello politico, la ridefinizione del concetto di progresso. Certo anche la cittadinanza ecologia non è da trascurare. Come Papa Francesco ci ricorda “Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa”.

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