Strategia dei dazi di Trump: la posizione che deve assumere l’Ue

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Export. Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash

La strategia dei dazi che Trump vorrebbe usare per correggere l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è una strategia spuntata e sbagliata. Come ormai abbiamo imparato a conoscere l’approccio di Trump è quello di un negoziatore che vuole ottenere un obiettivo minacciando gli avversari. I risultati raggiunti sino ad ora sono modesti e dipendono dal potere contrattuale delle controparti. Alla Cina considerata il principale “nemico” è bastato minacciare l’embargo delle terre rare, fondamentali per la produzione di cellulari e prodotti elettronici, per portare il presidente americano a più miti consigli.

Da qualche giorno nella trattativa con l’Unione Europea è arrivata la nuova minaccia di dazi al 30% generalizzati entro il 1° agosto. La strategia dell’UE è stata finora quella di evitare un confronto muscolare che rischia creare una spirale di rappresaglie. Allo stesso modo non bisogna fare l’errore di essere troppo accondiscendenti ed accontentare il presidente Usa per quieto vivere. Molto grave aver ceduto sul fronte della global minimum tax, un meccanismo efficace costruito negli anni dall’OCSE per contrastare l’elusione fiscale delle grandi multinazionali. Trump ha fatto la voce grossa ed è riuscito a far esentare le imprese americane creando una grande falla nel meccanismo. Il rapporto con Trump nella trattativa sui dazi deve essere affidato a negoziatori fuori dalle luci della ribalta avendo in mano delle contromosse che potrebbero creare problemi agli Usa e dunque aumentano il nostro potere contrattuale.

Da un punto di vista generale ed ideale l’Europa deve tenere la schiena dritta ed essere coerente con la sua storia. Se si applica “intelligenza relazionale” e quindi cooperazione tra Stati il gioco è a somma positiva, perché uno “con” uno fa sempre più di due. L’Europa è nata così quando dopo la Seconda guerra mondiale si capì che l’umiliazione dei vinti sarebbe stata un errore ed invece dell’autorità di gestione del bacino della Ruhr (che avrebbe dato tutte le risorse ai vincenti) venne creata la Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA) che condivise quelle risorse anche con i paesi europei sconfitti.  Da allora l’UE ha stipulato 48 accordi commerciali improntati alla cooperazione, al libero scambio e alla rimozione di barriere. Si tratta di una linea e di una strategia sulla quale non bisogna assolutamente cedere. La riduzione dei dazi e la libertà di commercio creano benefici per tutti (lo insegna la storica teoria dei vantaggi comparati di Ricardo che gli studenti imparano ai primi anni di economia). Diverso è fissare degli standard sociali, ambientali e legati al tema della salute e della qualità dei prodotti sui quali non si può transigere per evitare che il commercio diventi una corsa al ribasso dove per fare prezzi più convenienti ed essere più competitivi dei concorrenti si producono danni in termini di emissioni ed inquinamento, dignità del lavoro, salute dei consumatori.

Guai a cedere anche su singole partite come quelle di vincolarsi ad acquisto di gas liquido ed armi dagli Stati Uniti. In un Paese come il nostro che paga il più alto costo dell’energia che pesa sull’economia delle famiglie e la competitività delle imprese vincolarsi all’utilizzo di una fonte climalterante molto cara e i cui prezzi volatili hanno già causato una spirale inflazionistica che ci ha impoverito sarebbe masochistico.

Essere determinati in direzione degli accordi commerciali di libero scambio, della transizione ecologica e della linea della cooperazione multilaterale è importante e prezioso e può indicare una direzione in questo momento di sbandamento. Gli Stati Uniti sono un paese con un peso assolutamente importante ma il resto del mondo pesa di più. Di fronte alle turbolenze presenti il resto del mondo può e deve coalizzarsi e battere un colpo in favore di ciò che costituisce processo civile e bene comune.

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