La domanda è antichissima: dopo il messaggio di amore universale di pace portato da Gesù, come leggere i tanti passi dell’Antico Testamento che trasudano violenza e sembrano difendere a nome di Dio una mentalità di sopraffazione e di guerra? La soluzione più semplice l’aveva già proposta un vescovo intorno al 130 d.C., si chiamava Marcione ma fu considerato eretico dalla Chiesa. Secondo Marcione il Dio delle Scritture ebraiche non era la stessa persona rivelata da Gesù, dato che era inflessibile nella sua dispotica giustizia e che puniva le creature peccatrici mediante una guerra di sterminio condotta dal suo popolo, gli Ebrei.
Gesù aveva invece rivelato, alla sua venuta, il vero Dio, il buon Padre che perdona, ama e salva anche a costo di soffrire egli stesso per tutti. Ma lo stesso Marcione per difendere le sue idee fu costretto a riscrivere anche il Vangelo, togliendo passaggi che legavano Antico e Nuovo testamento ed altri in cui anche Gesù usa un linguaggio duro ed apparentemente intransigente. Potremmo usare un’immagine piena di limiti, ma che aiuta a capire: se pensiamo a Marcione come un antenato del pacifismo più intransigente, che cioè rifiuta non solo la violenza, ma qualsiasi uso della forza per lottare contro il male, non dovremmo soltanto cancellare l’Antico testamento, ma anche buona parte del Nuovo. Proviamo a farci una domanda interessante.
Perché nella Bibbia troviamo tanti passi che parlano di violenza? Non solo i commentatori Cristiani, ma anche importanti esponenti della tradizione ebraica, i rabbini che in questi 2000 anni dopo Cristo hanno continuato a riflettere sulla fede ebraica, affermano che: la Bibbia parla dell’umanità reale e nella vita reale c’è tanta violenza. La Bibbia nella sua interezza non è un testo ideologico, che cioè propone la costruzione ex-novo di una diversa convivenza umana, partendo dalla ideale cancellazione della realtà. È invece un testo che prima di tutto aiuta a guardare la realtà dell’uomo e del mondo che l’umanità ha costruito nella storia. Di questo sguardo vero fa parte riconoscere quanta violenza c’è attorno a noi ed anche dentro di noi.
Nel vangelo di Giovanni Gesù insegna con grande sapienza: “conoscere la verità, vi farà liberi” (Gv 8,32). Un grande biblista, come fu Luis Alonso Schökel S.J. spigandoci le frasi di alcuni salmi che trasudano violenza, tanto che la Chiesa le ometteva quando questi salmi venivano cantati nella preghiera liturgica, ci esortava a non farlo. Se non riconosco davanti a Dio nella preghiera che anche io, pur convinto che è sbagliato, tuttavia desidero la morte del mio nemico, non sto pregando con un cuore trasparente davanti a Dio ed ai fratelli, ma recito la parte del buono e del perfetto. E chiosava: “ricordate che i peggiori crimini della storia li hanno innescati persone che si ritenevano elette e perfette ed in grado di rendere il mondo migliore eliminando altri imperfetti”.
Ma dopo aver guardato la realtà con occhi disincantati e veri, riconoscendo che la violenza e la guerra sono una presenza reale nel mondo in cui vive l’uomo imperfetto, la Bibbia, già anche l’Antico Testamento, dice con una forza preponderante che Dio vuol condurre l’umanità alla pace ed alla vita. Lo dice in un bel testo di Geremia in cui Dio si rivolge agli Ebrei finiti in esilio a Babilonia: Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).
Nei testi di benedizione presenti in tanta parte della Bibbia ebraica, in cui si esprime la direzione dei desideri di Dio rispetto alla realtà attuale, la preponderanza del termine Shalom (pace) e di immagini di pace e tranquilla convivenza è innegabile. Così nei testi in cui Dio rivela il suo intimo, l’espressione: “io sono il Dio della vita”, che è anche una traduzione possibile del misterioso nome di Dio “Yahweh”, collegano Dio alla vita e lo contrappongono alla morte. L’intero e molto complesso sistema rituale ebraico, spiegato in tanti passi biblici dedicati ai sacrifici, al culto, al sacerdozio, al tempio ed alle usanze della vita devota, ha una direzione chiara alla sua base: avvicina a Dio tutto quanto evoca la vita ed il vivere in pienezza; invece allontana da Lui tutto quanto evoca la morte ed il morire. Non c’è nulla di più sacro e benedetto del venire alla vita, come mostra l’idea che generare figli è essere benedetti e la sterilità è maledizione. Come nulla è più immondo del contatto con un cadavere od anche con un morente, come veniva considerato un lebbroso. Infatti, è probabilmente per non contaminarsi che il sacerdote ed il levita si tengono a distanza dal malcapitato nel racconto della parabola del buon samaritano, senza pensare che: valeva la pena di rischiare per salvare una vita!
Sul tema della guerra un uso corretto e rispettoso del messaggio biblico indica chiaramente il rifiuto di due posizioni contrapposte. La prima è che siccome la Bibbia narra la realtà della violenza e della guerra con ciò stesso le benedica e le giustifichi. La volontà del Dio biblico è invece indubbiamente schierata per la vita e per la pace. La seconda posizione da evitare è quella di un pacifismo ad ogni costo, che per rifiutare la guerra calpesti la giustizia e non si contrapponga anche con la forza al male. Tra forza e violenza c’è uno spazio di agibilità umana, che sta nella proporzionalità dell’uso della forza per fermare chi fa il male. Tra potenza e prepotenza c’è la differenza costruita dall’ascolto dell’altro e dalla paziente generazione del dialogo tra nemici.
Nel mio lavoro di dottorato biblico sulle storie di Giuseppe in Genesi, ormai più di 35 anni fa, mettevo in luce come in una storia di violenza tra fratelli, che inizia con la fine di un dialogo sereno tra i protagonisti, quando gli uomini non dialogano tra loro anche la voce di Dio scompare dalla pagina biblica, mentre è solo quando riprende il dialogo pacifico (il testo dice “parlare nello shalom”) che Dio può tornare a parlare al cuore dell’uomo. O meglio, che l’uomo diventa di nuovo capace di udire la voce di Dio. Perciò chi usa la Bibbia per sostenere una logica di guerra, potrà anche leggere, proclamare e citare delle parole bibliche, ma in esse non permette che risuoni la voce di Dio. Questo è il messaggio chiaro che la grande tradizione ebraica e cristiana di commento del testo biblico non manca di ripetere nelle sue voci più illustri. “Non c’è pace senza volontà indomita per raggiungere la pace. La pace attende i suoi profeti”. Disse Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. Rabban Shim‘on ben Gamli’el, presidente del Sinedrio nel 50 d.C. diceva: “Il mondo si regge su tre cose: sul [giusto] giudizio, sulla verità e sulla pace, [come sta scritto:] ‘Secondo verità e a fini di pace terrete giudizio alle porte delle vostre città’ (Zc 8,16)” (Avot I,18). Ed infine papa Francesco il 30 settembre 2013: “Le Religioni sanno che dialogo e preghiera crescono o deperiscono insieme. La relazione dell’uomo con Dio è la scuola e l’alimento del dialogo con gli uomini”.

