Sforbiciata all’assegno unico: la miopia politica

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Dopo appena sei mesi arriva la prima sforbiciata all’assegno unico, il nuovo strumento di welfare varato dal governo Draghi, che dallo scorso gennaio ha sostituito le detrazioni per i figli a carico sullo stipendio e altre misure a sostegno delle famiglie come il bonus di nascita e l’assegno alle famiglie numerose. In pratica gli stipendi di madri e padri sono leggermente più bassi perché le detrazioni avevano lo scopo di abbattere le imposte che mensilmente il datore di lavoro trattiene in busta paga. Ma questi soldi sono recuperati e in molti casi anche maggiorati mensilmente grazie ai bonifici ricevuti direttamente dall’INPS, per gli importi degli assegni unici, direttamente sul contro corrente.

Peccato che con il Decreto aiuti bis, approvato lo scorso 4 agosto, il governo ha ridotto di 630 milioni lo stanziamento previsto per il 2022 per l’assegno unico, dopo che ha effettuato un monitoraggio sulle domande presentate al 30 giugno. Da questa osservazione è emerso un afflusso di richieste più basso rispetto ai valori preventivati e finanziati per circa sei miliardi di euro. Per questo motivo il ministro dell’economia Daniele Franco ha parlato “di risorse ridondanti e richieste sotto le attese”.

Le cose non stanno affatto così e per comprenderlo basta dare alcune cifre. Il Forum delle Famiglie – che ha parlato apertamente di promesse tradite – fa notare infatti che al 30 giugno su una platea di 7,2 milioni di famiglie solo 4,8 hanno presentato la domanda per l’assegno unico. Dunque circa un terzo delle famiglie potenzialmente beneficiarie ancora restano scoperte da questa misura. Il fatto è che numerose famiglie non sono state scoraggiate dall’obbligo di presentare l’Isee e dall’insufficiente informazione. Molti padri e madri di famiglia abituati ad avere le detrazioni direttamente in busta paga non hanno elaborato e inviato in tempo la domanda. E’ probabile che anche la platea delle partite iva, che per la prima volta possono usufruire di uno sostegno di welfare famigliare, non sia stata correttamente informata.

Fatto sta che invece di aspettare almeno un anno per la valutazione complessiva della nuova misura e la sua eventuale ricalibrazione, il governo si è affrettato come non mai ad intaccare il fondo dedicato all’assegno unico, creato appena sei mesi prima. Tutto questo nel silenzio generale della stampa e dei partiti di maggioranza e opposizione, in piena estate, con gli italiani distratti dalle ferie.

La misura resta comunque un importante passo in avanti perché, secondo gli esperti di fisco e welfare ha portato vantaggi economici ad circa il 90% delle famiglie. I fondi caso mai dovrebbero essere aumentati per andare incontro alle molte famiglie numerose che con la eliminazione delle detrazioni hanno perso molto di più di quanto hanno guadagnato con l’assegno unico.

In un Paese in pieno inverno demografico tagliare anche un solo euro a sostegno delle famiglie significa rendere ancora più vuote le culle. Sono stati dati miliardi di euro in bonus una tantum di ogni tipo, dai monopattini ai condizionatori, la maggior parte dei quali sono stati elargiti senza tenere conto del carico familiare dei beneficiari. Succede così che in Italia uno studente di buona famiglia di 20 anni può ottenere più aiuti di un padre di famiglia a basso reddito con quattro figli. Non si tratta solo di cattiva fede ma di miopia politica, di mancanza di una visione culturale e antropologica strategica per il Paese. La politica deve essere contaminata di una cultura di apertura alla vita.

Gli amministratori pubblici non potranno mai fare una seria riforma del welfare senza comprendere che la famiglia è il vero e unico motore di una civiltà che possa definirsi tale. La famiglia è la prima forma di stato sociale, dove si impara la condivisione, la cura e l’impegno gratuito per l’altro. Una fiscalità più equa che tenga conto dei carichi famigliari è il più importante e redditizio investimento che un governo possa fare per il futuro. I cattolici dovrebbero pretendere che tutto questo entri nel dibattito della campagna elettorale e nel programma di qualsiasi governo salga al potere.

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