LUNEDÌ 18 APRILE 2016, 000:02, IN TERRIS

Schiavi della tecnologia

ANGELO PERFETTI
Schiavi della tecnologia
Schiavi della tecnologia
Adam Aron, CEO di Amc (“American Movie Classics“), ha proposto l’allestimento di alcune sale cinematografiche “phone friendly“, dedicate – esclusivamente – a chi sente l’impellente bisogno di dover utilizzare il proprio smartphone durante la proiezione di un film. Secondo l’imprenditore, si tratta di una strategia industriale, studiata per avvicinare il pubblico più giovane al grande schermo.

Si pongono domande inquietanti: un salto verso il futuro oppure una resa incondizionata? La tecnologia è una nuova forma di comunicazione o invece è il killer che l’ha assassinata? Vedere i giovani che si scambiano messaggi vocali a raffica invece di telefonarsi (cosa molto più semplice) per organizzare una uscita insieme fa propendere la bilancia per la seconda ipotesi.

La tecnologia infatti deve poter servire l’uomo là dove sarebbe difficile se non impossibile fare altrimenti. Una chiamata dalla cima di una montagna, per chiedere soccorso, sarebbe stata impensabile tempo fa. Una telediagnostica per infartuati in condizioni critiche è certamente un fatto positivo. Ma quando il cellulare diventa esso stesso lo strumento dal quale diventiamo dipendenti, stiamo scivolando in qualcosa di diverso, e molto pericoloso. Perdiamo la capacità di dialogare, di confrontarci, in definitiva di pensare. E cerchiamo le risposte da uno strumento che si trasforma in oracolo.

Basti pensare alla capacità dei motori di ricerca di dare immediate risposte alle nostre domane, qualunque domanda. Il punto di riflessione è che non è vero che restituisce ”qualunque risposta”, ma quelle che il sistema ci propone. E chi c’è dietro al “sistema”? Ingenuo pensare al nulla; ci sono algoritmi (crearti dall’uomo e sfruttati dalle industrie) che mettono in correlazione il luogo dove viviamo, le precedenti ricerche fatte, i siti web visitati, gli acquisti effettuati e, in ultimo, la domanda posta.

Ci propongono un ventaglio di risposte tarate sui nostri bisogni, e in quel ventaglio – che è già un filtro - qualcun altro decide cosa sia più importante e cosa mona. E lo fa al posto nostro.

Ecco perché l’idea di mettere i telefonini anche al cinema mi sembra una pericolosa assurdità. L’unico spazio realmente libero per l’Uomo è il pensiero, e le più efficaci e alte forme di stimolazione dello stesso sono le arti. Non riuscire a dedicare almeno un po’ della propria attenzione e concentrazione a una di queste è preoccupante. E magari troveremo chi interroga il proprio smartphone per sapere… come va a finire il film.
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