Editoriale

I santi: uomini e donne secondo il sogno di Dio

“Ci possono essere molte teorie su cosa sia la santità, abbondanti spiegazioni e distinzioni. Tale riflessione potrebbe essere utile, ma nulla è più illuminante che ritornare alle parole di Gesù. Ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini. La parola ‘felice’ o ‘beato’ diventa sinonimo di ‘santo’, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine” (cfr. Gaudete et exsultate, nn. 63 e 64).

Santi, beati, felici… Sono le parole che riascoltiamo ogni anno nella festa – piena di gioia e di speranza! – di Tutti i Santi, ma il Papa “radica” queste parole nella pagina evangelica delle Beatitudini. Perché solo nella luce di quel testo la parola “santità” risuona in tutta la sua concretezza. Poveri in spirito, affamati di giustizia, perseguitati, operatori di pace: ecco i santi! Ma allora li incontro qui, nell’oggi della mia vita: in un letto di ospedale o in carcere, in chi intercede la pace mettendosi in mezzo tra chi si combatte, o nell’abbraccio di chi sa perdonare. A me pare bellissimo, perché allora i santi li posso incontrare uscendo di casa (quelli “della porta accanto”, come dice sempre il Papa) e posso stringere loro la mano, e da loro farmi un po’ contagiare…

Sono loro, soprattutto i più poveri e scartati, “la carne viva di Cristo”. Sono gli uomini e le donne secondo il sogno di Dio, attraverso i quali posso intravedere l’unico santo, che è Gesù: santi nel Santo. Perché “in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS n. 22).

E lo Spirito Santo (cioè l’Amore!) è lo scalpello di Dio che – già oggi, non solo domani! – plasma nei piccoli il volto di Gesù. Togliendo il marmo inutile, e facendo risplendere il volto vero di ciascuno. Perché non dobbiamo diventare la fotocopia di Gesù (sarebbe, tra l’altro, delirio di onnipotenza…), ma diventiamo un po’ come Lui diventando noi stessi. Mi sembra una bella prospettiva!

Ma poi, oltre al marmo e allo scalpello, penso al seme e alla terra. Perché la festa di Tutti i Santi non mi chiede soltanto d’incontrare (proprio oggi, in strada!) le donne e gli uomini – una moltitudine immensa, secondo Ap 7,9 – che si lasciano scalpellare dall’Amore; mi chiede anche di fare memoria grata di quanti ormai ci precedono e vivono nella pienezza della luce. C’è un morire del seme che è un passaggio verso la fioritura, e nel buio della terra si prepara per il seme un futuro di profumo e di bellezza. Perché “non tutto finisce, ma tutto sale, tutto giunge a pienezza, libertà, compimento” (Michele Do).

In questo giorno di festa, possiamo allora fare memoria di quanti non camminano più sulle nostre strade, ma ormai ci precedono. E possiamo anche pregarli, perché il nostro andare non sia senza meta o senza bellezza.

mons. Calogero Marino

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