I santi: donne e uomini che in semplicità hanno messo la loro vita nelle mani di Dio

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Ricordo con gratitudine una frase spesso ripetuta dal mio Padre spirituale: “I santi, quando muoiono, non vanno in Paradiso, ma sono già in Paradiso, perché non esistono due vite, e la porta stretta della morte segna soltanto il passaggio verso la pienezza di luce che è il mistero di Dio”. E diceva: “Indiarsi, come le farfalle che diventano fuoco”. Parole che mi sono rimaste dentro. ”Perchè Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna” (1 Gv 1,5), e “il Paradiso è un abbraccio” (Papa Francesco).

E’ per questo che la sapienza della Chiesa lega insieme la Festa solenne di Tutti i santi e la Commemorazione dei defunti: per aiutarci a guardare in maniera diversa e profonda alla realtà della morte; a leggerla come il grembo della vita piena, a leggerla come il dies natalis. E’ il giorno della nostra nascita a pienezza! Non sempre siamo stati capaci di gridare questa bella notizia, e condivido le parole di sapiente autocritica dell’Arcivescovo di Trento, Mons. Tisi, che rilegge il tempo del lockdown: “Con fatica abbiamo saputo attingere la notizia che in Gesù la morte è vinta, e non siamo più soli nel nostro morire…Presi dall’ansia di far ripartire la nostra macchina rituale, ci siamo scoperti smemorati e increduli anche di fronte alla profezia francescana che chiama la morte “sorella”, evitando di espellerla dall’orizzonte della nostra esistenza”. Ma se espelli la morte, espelli anche la vita, e ti dimentichi che il Dio in cui credi è il Dio della vita, e che “come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita” (1 Cor 15,22).

Ho partecipato (come faccio tutti gli anni, se appena posso…) il 3 ottobre alla liturgia del transito di Francesco, curato dalla piccola ma molto bella Comunità dei Frati minori presente in Diocesi di Savona, a Varazze. E ho riascoltato i testi raccolti nelle Fonti francescane: la spogliazione di Francesco, lo sguardo rivolto al cielo, la parola ascoltata e il pane condiviso, ma anche l’angoscia e la preghiera col salmo 141: “con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore”. E poi la richiesta a donna Jacopa, di portargli i gustosi mostaccioli…

Ma se il transito di Francesco è esemplare, la festa del 1° novembre ci ricorda che ogni battezzato, “santo per vocazione” (ma poi anche, misteriosamente, tutti, e non solo i battezzati…), è chiamato a vivere qualcosa di simile. E allora, nella festa (per me gioiosissima!) di tutti i santi, faccio memoria grata non solo di Francesco e di Charles de Foucauld e degli altri, ma anche dei miei santi “della porta accanto” (Papa Francesco): di Maria Costanza e Giovanni Umberto, miei genitori,  di Laura, di Cesare; e di Danilo, mio alunno morto a 18 anni per un tumore al cervello; e di tanti, tanti altri, dai quali ho ricevuto bene…

Se dovessi dire, in estrema sintesi, chi sono i santi, direi -pensando a chi ho nominato!- queste parole: donne e uomini che, nella loro semplicità e piccolezza, hanno messo la loro vita nelle mani di Dio, confidando in Lui in spe contro spem,  riconoscendolo come Padre affidabile…

Ecco: sono convinto che una vita così, che si consegna nelle mani di un Altro, è più forte della morte, e che certamente non andrà perduta. Perché “la speranza della Risurrezione ci rende certi che nulla va perduto nella nostra vita, nessun frammento di bontà e di bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia” (Michele Do). Lo dico con gioia: “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”.

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