Se in Russia va in onda “Vogliamo vivere”

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epa09833705 A screen shows Russian President Vladimir Putin delivering a speech during a concert marking the 8th anniversary of Crimea's reunification with Russia at the Luzhniki stadium in Moscow, Russia, 18 March 2022. Russia in 2014 annexed the Black Sea peninsula, shortly after Crimeans voted in a disputed referendum to secede from Ukraine. EPA/VLADIMIR ASTAPKOVICH / SPUTNIK / POOL MANDATORY CREDIT

Le tempeste portano alla gloria della Russia. Così è stato allora! Così è oggi! E così sarà sempre”, grida Vladimir Putin davanti alla folla che sventola bandiere bianche rosse e blu. Sembra Slobodan Milosevic nella Piana dei Merli. Non tutti però riescono a sentirlo: il collegamento televisivo va in tilt e si vedono immagini preregistrate di canti patriottici. Non per molto, per due pochi secondi appena, ma fondamentali: quelli in cui il presidente russo si appella alla protezione di Fyodor Ushakov, che in Russia è il santo protettore dei cacciabombardieri atomici. “Un server è saltato” diranno subito dopo quelli del Cremlino. Difficile crederlo.

Ci permettiamo un ricordo personale, che magari suonerà banale ma potrebbe aiutare a capire cosa sia successo. Estate 1998, Mondiali di Francia. Eravamo in Iran e guardavamo le partite. Complice la presenza nel torneo della nazionale giamaicana, era invalso l’uso della regia francese di inquadrare esuberanti bellezze poco vestite che si sporgevano dagli spalti. In Iran certe cose non si potevano accettare, ergo a Teheran una mano ignota aveva l’incarico di controllare la diretta e, all’occorrenza, coprirla con le immagini di una fase di gioco precedente. Risultato: non ci si capiva più niente: chi attaccava, chi difendeva; ma almeno le giamaicane erano coperte. Lo sventolio di bandiere bianche rosse e blu, in compenso, è rimasto lo stesso, a Parigi come a Mosca.

Non c’è guerra che non abbia il suo lato grottesco, e il Putin coperto dai suoi stessi fan appartiene alla casistica. Questo è un conflitto che sempre di più si combatte sui media, tra i media, e non solo sui social. Anzi, se sui social pare stia avendo il sopravvento Zelensky, sui media tradizionali – appannaggio solitamente di generazioni meno pimpanti – la battaglia è ancora aperta. Lo stesso Putin, nell’aprire le ostilità contro Kiev, ha avuto cura di parlare a reti unificate, per riscrivere la storia secondo il Cremlino. Poi l’altro giorno un secondo intervento, in cui ha definito il dissenso interno moscerini da espellere dalla bocca. Dicono i bene informati che abbia usato un linguaggio degno di Hitler, ma mica solo dal punto di vista morale: la scelta delle parole era la stessa, dicono. Salto di qualità: l’odio in aumento lascia intravedere una linea ancor più dura dentro e fuori i confini e di lì a poco le bombe finiscono sul teatro dei profughi.

Non c’è speranza per chi fugge, non ve ne sarà per chi tradirà. Putin lo promette, Putin non fa sconti. Intanto però lo deve promettere e la cosa non va sottovalutata. Nella battaglia dei media infatti è accaduto un fatto nuovo: una giornalista della principale rete televisiva russa si mette alle spalle della conduttrice con un cartello in cui chiede la fine della guerra. “Guerra” c’è scritto: parola a pronunciare la quale si rischia, nella Russia di queste ore, una condanna a 15 anni. Lei invece si prende solo una multa e le fanno anche spiegare, senza censura, che lo ha fatto per la madre “ridotta ad uno zombie dalla propaganda di regime”.

Non siamo cinici, ma nemmeno sognatori: entrare in uno studio durante la messa in onda di un Tg, armati di cartello, è una cosa che non succedeva nemmeno nella Rai degli anni ’70, e nemmeno con Pannella. Difficile credere pertanto al gesto individuale. Insomma, che succede? Ci vorrebbero i cremlinologi, gli specialisti dell’Urss di tanti anni fa, per capirlo. Noi giudichiamo dalle apparenze, per carità, ma le apparenze ci portano a ritenere che il cartello contro la guerra, come anche la frase saltata sui cacciabombardieri, siano non solo il motivo che ha spinto Putin a parlare di moscerini da eliminare, ma il fatto che i moscerini ci siano e siano diventati più che fastidiosi e molto numerosi. Magari c’è anche qualche calabrone, che se ti punge sulla lingua devi correre al pronto soccorso.

Poi, a voler spaccare il capello in quattro, c’è anche da notare che la frase saltata nella diretta dallo stadio Luzhniki di Mosca riguarda l’uso dell’arma atomica. E allora è come se qualcuno, una mano ignota, volesse dire che esiste un punto al quale nemmeno l’uomo più onnipotente di tutte le Russie può permettersi di avvicinarsi. Se lo facesse, la tv russa sarebbe pronta a trasmettere non più i suoi discorsi, ma un film di tanti anni fa: “Vogliamo vivere”, di Lubitsch. Un capolavoro di ironia.

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