La diocesi di Roma è missionaria per vocazione. Il cardinale vicario Baldo Reina ne valorizza il bimillenario carisma attraverso la “Missio ad gentes”. La “missione tra i popoli” è l’attività missionaria universale della Chiesa Cattolica, come viene delineata in modo specifico dal decreto conciliare “Ad Gentes” del Vaticano II. Un costante appello ai cristiani ad annunciare il Vangelo “alle nazioni” non ancora raggiunte, focalizzandosi sull’inculturazione e sull’essere testimoni di Cristo. Anche attraverso nuove forme di comunità itineranti (come le “parrocchie nomadi”) che raggiungono i lontani e i non praticanti. Un impegno fondamentale che sottolinea l’identità stessa della Chiesa come missionaria. Ora la diocesi di Roma avvia una collaborazione con la rivista di geopolitica Limes per un progetto di formazione missionaria. Il percorso formativo partirà a gennaio e nasce appunto dalla collaborazione tra il Centro per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese e la rivista di geopolitica Limes. Per l’edizione 2026 il tema scelto è “La Rivoluzione Mondiale”.

“Se da un lato ci troviamo di fronte a un disordine che ci rende impotenti – sottolinea il direttore del Centro Missionario, padre Giulio Albanese -, dall’altro, come cristiani, non possiamo restare alla finestra a guardare”. Sacerdote comboniano e giornalista, è tra i maggiori esperti italiani di questioni africane. Ordinato nel 1986, ha diretto il “New People Media Centre” di Nairobi (Kenya) e fondato nel 1997 la Missionary Service News Agency, successivamente divenuta Missionary International Service News Agency (Misna).
Ha vissuto in Uganda e in Kenya, concentrando la sua attività di cronista missionario sulle aree di crisi. Attualmente dirige l’Ufficio per le Comunicazioni sociali e dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese del Vicariato di Roma. È anche editorialista di “Avvenire” e dell’ “Osservatore Romano“, nonché autore di numerosi saggi legati alla geopolitica, al giornalismo e alla teologia missionaria. Nel febbraio del 2024 papa Francesco lo ha nominato membro del Consiglio della Sezione per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato.

“Sono molto felice di poter partecipare a questo evento per la diocesi di Roma – afferma il direttore di Limes, Lucio Caracciolo -. La nostra rivista ha come missione quella di diffondere nell’opinione pubblica la conoscenza del mondo e dei suoi conflitti, avanzando anche proposte su come possano essere pacificati. L’evento centrale di questa fase storica è la crisi americana. Il fattore ordinatore rappresentato per anni dagli Stati Uniti è venuto meno, riaprendo partite che sembravano chiuse e risvegliando ambizioni. Ne derivano conflitti che rischiano di sfuggire al controllo, così come un’opinione pubblica che potrebbe rassegnarsi a vivere in una stagione permanente di guerre“. Il corso prevede cinque incontri, con cadenza mensile da gennaio a maggio, che si terranno il sabato dalle 9 alle 12 presso l’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense. Il primo appuntamento è per il 10 gennaio su “Il mondo senza centro”; si prosegue il 7 febbraio con un focus su “L’America in crisi”; mentre il 7 marzo si parlerà di “Le guerre di Israele” e l’11 aprile di “La Cina globale”. Ultimo incontro il 9 maggio, con “La pace è possibile“.

La proliferazione simultanea di conflitti non è un’anomalia, secondo padre Albanese, ma il sintomo di un sistema internazionale frammentato, in cui vasti spazi geopolitici restano fuori dai circuiti ordinari dell’integrazione economica e della visibilità mediatica. I cosiddetti “focolai dimenticati” non sono tali perché marginali, ma perché funzionali a equilibri che prosperano nell’opacità. Come già intuiva Frédéric Bastiat, “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Questa formula, osserva il missionario comboniano, conserva una sorprendente attualità. Laddove l’interscambio economico non riesce a strutturare relazioni di interdipendenza, il vuoto viene colmato dalla coercizione. Aggiunge padre Albanese: “Molti dei conflitti in corso si sviluppano in aree scarsamente integrate nei flussi commerciali globali legittimi, ma al contempo ricchissime di risorse strategiche. E cioè idrocarburi, terre rare, minerali critici, legname, acqua, prodotti agricoli. È proprio questa apparente contraddizione a renderle instabili”. La dimensione economica di tali guerre viene spesso sottaciuta o ridotta a fattore secondario, perché smaschera una verità scomoda: dietro retoriche identitarie, etniche o religiose si celano frequentemente dinamiche di appropriazione delle commodity.

Il controllo delle risorse diventa la vera posta in gioco, mentre la violenza armata si trasforma in uno strumento di regolazione dei rapporti di produzione e di accesso alle rendite. In molti casi, la guerra non interrompe l’economia, ma la riconfigura in forma predatoria, informale e militarizzata. “Questi conflitti restano “dimenticati” anche perché non destabilizzano direttamente i centri del sistema internazionale, pur alimentandone indirettamente il funzionamento – sottolinea padre Albanese-. Le materie prime estratte in contesti di guerra entrano comunque nelle catene del valore globali, spesso depurate della loro origine attraverso intermediari, mercati opachi e triangolazioni finanziarie. Il silenzio mediatico e politico diventa così parte integrante del meccanismo: meno attenzione significa minori costi reputazionali, maggiore libertà di sfruttamento”. Quindi l’elevato numero di conflitti attivi segnala non solo una crisi della sicurezza collettiva, ma anche un fallimento della globalizzazione come progetto inclusivo. Dove il mercato non costruisce legami regolati e trasparenti, si afferma un’economia di guerra che premia attori armati, signori locali e interessi esterni. Bastiat non parlava solo di commercio, ma di civiltà politica. Senza circolazione di merci, diritti e istituzioni, la forza torna a essere il linguaggio dominante delle relazioni umane.

