Ripensare alla pandemia Covid -19, anni dopo

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Si avvicina la data del 31 dicembre ed inevitabilmente la memoria va a quel 31 dicembre 2019, quando è stata ufficialmente identificata in Cina la nuova malattia Covid-19. In questi anni, molti eventi sono accaduti: c’è stata una devastante pandemia, che certo nessuno poteva inizialmente immaginare nelle dimensioni e nei numeri di persone colpite, un duro lock-down (peraltro necessario) che ha limitato le attività di tutti, riportandoci, da un punto di vista psicologico, ai tempi bui delle epidemie del passato.

Ovviamente, queste vicende hanno lasciato in tutti noi un vivo ricordo e ferite profonde. Tutto questo è certamente vero, anche se nel corso degli anni, proprio per l’enormità degli eventi vissuti a causa della pandemia, c’è stata una sorta di rimozione collettiva di questo ricordo, nel tentativo di allontanarlo il più possibile da noi e quindi cercare di esorcizzarlo. Questo meccanismo mentale non è peraltro nuovo ed è già avvenuto in un tempo neanche troppo lontano da noi. Mi riferisco all’altrettanto e quasi certamente ancor più devastante pandemia influenzale “spagnola” del 1917-20. Dopo questo episodio, che ha prodotto milioni di morti, c’è stato un desiderio collettivo di dimenticare, di lasciarsi tutto alle spalle. Sono i c.d. “Ruggenti anni venti”, dove tutto era focalizzato al divertimento, alla spensieratezza e che aveva come colonna sonora della vita la musica del Charleston. Naturalmente ogni epoca è diversa dall’altra e qui si possono solo correlare dei comuni stati d’animo che insorgono nella popolazione. Passata la grande paura, l’umanità cerca in modi diversi di dimenticare quanto ha vissuto, mettendo in atto una forma di rimozione collettiva.

Del resto, la pandemia Covid-19 ha fatto emergere la fragilità di un sistema mondiale che si riteneva quasi invulnerabile, ma, nel contempo, ha dimostrato che è necessario investire in scienza e ricerca, soprattutto negli anni in cui non vi è alcuna emergenza, perché solo attraverso di esse è possibile contenere situazioni estreme, quali gli eventi pandemici.

Purtroppo, la memoria collettiva è piuttosto corta. Tutti noi ricordiamo quando, con un’enfasi forse eccessiva, veniva usata la definizione di “eroi” per medici ed operatori sanitari, che a vario titolo si sono sacrificati nel corso della pandemia al servizio degli ammalati. Oggi, questi stessi operatori sono dimenticati e nella peggiore delle ipotesi sono oggetto di insulti e violenze, pur continuando a fare, ieri con l’emergenza pandemica ed oggi nella quotidianità, il loro dovere, in silenzio e con dedizione.

La pandemia ha cambiato ciascuno di noi, anche se è difficile ammetterlo. Non siamo più gli stessi che eravamo nel 2019-20, data di inizio della pandemia. Le situazioni drammatiche di cui siamo stati testimoni o che abbiamo vissuto, i tanti morti che abbiamo visto, il dolore che ha colpito così tante persone non può non averci toccato nel profondo. La pandemia ha lasciato cicatrici in tutti, ma spesso, per quella rimozione collettiva di cui sopra si è detto, si cerca di dimenticare, di collocare il vissuto in una sorta di oblio. Questa, pur legittima e comprensibile operazione psicologica, ha in sé un grave rischio: quello di impedire di imparare dagli errori del passato con grave riverbero sulle scelte future.

Un esempio per tutti. La vaccinazione, proteggendo dalle forme gravi di malattia, ha senz’altro rappresentato l’elemento determinante per il superamento della pandemia. Allora, nel corso della pandemia, pur con qualche voce minoritaria, c’era nell’opinione pubblica, una generale, favorevole accettazione della vaccinazione come elemento prioritario di Sanità Pubblica. Oggi, passato il pericolo, molti, troppi, sollevano dubbi sull’utilità dei vaccini, non solo Covid-19, ma anche per malattie che sono state, grazie a questi, controllate nel corso degli anni con un minimo impatto sulla popolazione. Si può quindi affermare che, passata la paura, è anche passato l’interesse per la vaccinazione, quasi questa fosse un elemento opzionale e non prioritario per la salute degli individui. Se questo atteggiamento si diffonderà ulteriormente potrà rappresentare un pericolo per la salute pubblica.

Vorrei concludere questa mia breve riflessione sul lascito del Covid-19, ricordando l’immagine impressa nel cuore e nelle menti di tutti noi, quella di Papa Francesco che, nel furore della pandemia Covid-19, benedice la città ed il mondo in una piazza San Pietro vuota, battuta dalla pioggia, con il sottofondo delle sirene delle ambulanze, invocando, con parole accorate, l’aiuto divino per il superamento della pandemia.

Personalmente, assistendo in televisione a questo momento toccante e commovente, ho ripercorso a ritroso i secoli ed ho immaginato le processioni e le preghiere che venivano effettuate per liberare la popolazione dalla peste. In questo Covid-19, mettendo a nudo la fragilità dell’uomo moderno, forse, per un momento ci ha nuovamente avvicinati a Dio.

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