Editoriale

I rifugiati, nostri fratelli

Già 25 secoli fa il filosofo Socrate aveva inquadrato la millenaria questione dei confini e dei muri dicendo: “Sono un cittadino, non di Atene o della Grecia, ma del mondo”. Oggi ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato e, per il 13° anno consecutivo, cresce il numero delle persone in fuga dalla loro patria. Dietro le fredde cifre ci sono le persone in carne d’ossa come Nalina, definita dai mass media “l’orfana del mare”, la bambina di 10 anni sopravvissuta nei giorni scorsi al naufragio al largo della Calabria. I suoi familiari sono annegati e lei continua a chiedere ai soccorritori e al personale sanitario che l’hanno salvata: “Dove sono la mamma, il papà e la mia sorellina”.

Nessuno ha ancora il coraggio di raccontare alla piccola che nel terribile naufragio di lunedì davanti alle coste di Roccella Ionica ha perso l’intera famiglia. Nel reparto di pediatria dell’ospedale di Locri accanto a Nalina ci sono i volontari della Croce Rossa che raccontano: “Quando è arrivata era talmente disidratata che non riusciva a muoversi per i dolori muscolari a braccia e gambe, ora si sta riprendendo e non smette di lottare”. L’Onu ha istituito la campagna di solidarietà #withrefugees nella convinzione che solo insieme sia possibile trovare soluzioni a tragedie come questa e rimuovere gli ostacoli all’inclusione. I flussi di rifugiati aumentano costantemente a causa delle guerre, della crisi climatica, dell’insicurezza alimentare ed energetica.

Sono sempre più numerosi coloro che abbandonano le proprie case o il proprio Paese alla ricerca di sicurezza e protezione. 114 milioni scappano da conflitti, persecuzioni e violenza a livello globale. Un abitante del pianeta ogni 73 è un profugo. La rivelazione biblica incoraggia l’accoglienza dello straniero, motivandola con la certezza che così facendo si aprono le porte a Dio e nel volto dell’altro si manifestano i tratti di Gesù. Francesco testimonia l’urgenza che “chiunque sappia di essere amato come figlio e si senta a casa nell’unica famiglia umana”. E assicura: “Il Signore si china sull’uomo piagato dalla miseria fisica o morale e, quanto più si aggravano le sue condizioni, tanto più si rivela l’efficacia della divina misericordia”.

Il quadro internazionale costringe milioni di persone a migrare ed è un dovere collettivo e individuale alleviare la sofferenza di chi è in esilio, offrendo loro la possibilità di ricominciare in un paese di asilo quando è impossibile il ritorno a casa. Un questione centrale per le istituzioni ed ecclesiali, per l’etica e per la fede. La Chiesa, di cui Francesco si sente figlio come vescovo di Roma, deve essere povera e senza potere, per questo deve saper rinunciare gioiosamente a tutti quei privilegi e orpelli di vario genere che hanno finito per offuscare il suo messaggio. Nella predicazione di Francesco, il Concilio più che essere evocato nelle citazioni dei suoi discorsi, nelle udienze settimanali e nelle encicliche è una presenza costante nella spontaneità dei suoi gesti e nel suo modo di essere e di comunicare.

Lo dimostrano il leitmotiv della Chiesa povera e per i poveri, il richiamo all’accoglienza e l’invito ad aprire le porte di casa ai profughi e agli immigrati. Ne è una conferma la sua esplicita volontà di ospitare alcune famiglie di profughi negli appartamenti della Città del Vaticano. Un gesto simbolico, evidentemente, ma anche un piccolo fatto reale che per tutte le persone, cristiane e non cristiane, diventa molto significativo. I profughi interpellano i singoli e le collettività, sfidando il tradizionale modo di vivere e sconvolgendo l’orizzonte culturale e sociale con cui vengono a confronto.

“Le vittime della violenza e della povertà, abbandonando le loro terre d’origine, subiscono l’oltraggio dei trafficanti di persone umane nel viaggio verso il sogno di un futuro migliore – afferma il Pontefice-. Se, poi, sopravvivono agli abusi e alle avversità, devono fare i conti con realtà dove si annidano sospetti e paure. Spesso poi incontrano la carenza di normative chiare e praticabili, che regolino l’accoglienza e prevedano itinerari di integrazione a breve e a lungo termine, con attenzione ai diritti e ai doveri di tutti”. Le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata del Rifugiato come riconoscimento della forza, del coraggio e della perseveranza di milioni di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti umani.

Favorire l’inclusione delle persone rifugiate non è solo una questione di solidarietà e umanità, ma anche una strategia efficace per stimolare la crescita economica, rispondere alle sfide demografiche e arricchire la società con nuove prospettive e competenze, a vantaggio di rifugiati, comunità ospitanti e per l’intero sistema socioeconomico del paese. Più che in tempi passati, oggi il Vangelo della misericordia “scuote le coscienze”, impedisce che ci si abitui alla sofferenza dell’altro e indica vie di risposta che si radicano nella fede, nella speranza e nella carità.

Finché restano in esilio, i rifugiati desiderano e devono poter utilizzare i loro talenti e le loro passioni per provvedere alle loro famiglie e contribuire ai Paesi che li ospitano. E l’inserimento lavorativo è cruciale per garantire un’integrazione reale ed efficace. Il Papa richiama le storie drammatiche di milioni di uomini e donne travolti da inaccettabili crisi umanitarie in molte zone del mondo. “L’indifferenza e il silenzio aprono la strada alla complicità quando assistiamo come spettatori alle morti per soffocamento, stenti, violenze e naufragi”, avverte Jorge Mario Bergoglio, in prima linea per fare in modo che l’integrazione diventi vicendevole arricchimento, apra positivi percorsi alle comunità e prevenga il rischio della discriminazione e della xenofobia.

Solidarietà, secondo l’Onu, significa lavorare insieme per un mondo che accoglie le persone rifugiate, celebrare i loro punti di forza e le loro conquiste e riflettere sulle sfide che devono affrontare. Da parte sua il Papa invoca la solidarietà, la cooperazione, l’interdipendenza internazionale e l’equa distribuzione dei beni della terra per scongiurare le fughe dei profughi e gli esodi dettati dalla povertà, dalla violenza e dalle persecuzioni. Nessuno può ignorare le nuove forme di schiavitù gestite da organizzazioni criminali che vendono e comprano uomini, donne e bambini come “lavoratori forzati nell’edilizia, nell’agricoltura, nella pesca o in altri ambiti di mercato”.

Sempre più minori sono costretti ad arruolarsi nelle milizie che li trasformano in bambini soldato. “Quante persone sono vittime del traffico d’organi, della mendicità forzata e dello sfruttamento sessuale- afferma Francesco-. Da questi aberranti crimini fuggono i profughi del nostro tempo”. Nessuno è straniero al mondo, siamo tutti creature nello stesso Creato.

don Aldo Buonaiuto

Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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