Riaffermare la centralità del lavoro per difendere la dignità della vita

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Foto di Marvin Meyer su Unsplash

Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate in occasione della consegna delle Stelle al Merito del lavoro, risuonano con la forza di un monito e con la lucidità di un’analisi profonda: la questione salariale “non si può eludere”. In un Paese in cui il lavoro è posto a fondamento della Costituzione, riaffermare la sua centralità significa difendere la dignità stessa della persona. Eppure, la trasformazione del mercato del lavoro – accelerata dalla globalizzazione, dalla digitalizzazione e dalle nuove forme contrattuali – sta minando quell’equilibrio che per decenni ha sostenuto la coesione sociale italiana. Il Capo dello Stato ha ricordato come il lavoro rappresenti un “diritto e un dovere”, un elemento permanente del nostro modello di comunità. Tuttavia, oggi questo principio appare incrinato. I salari fermi da molti anni, la diffusione dei cosiddetti “contratti pirata” e il proliferare di impieghi precari e sottopagati stanno erodendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nel valore del merito. Quando il lavoro non garantisce più un’esistenza dignitosa, viene meno la promessa democratica di uguaglianza sostanziale sancita dall’articolo 3 della Costituzione.

Mattarella ha richiamato l’attenzione sulle “velocità diverse” del mondo del lavoro: tra generazioni, tra Nord e Sud, tra lavoratori qualificati e no, tra chi beneficia delle nuove tecnologie e chi ne resta escluso. Queste fratture, se non ricomposte, rischiano di trasformarsi in vere e proprie barriere sociali. L’unità del lavoro – intesa come riconoscimento collettivo della sua funzione civile – è stata, storicamente, un motore di crescita economica e morale per l’Italia. La sua disgregazione, al contrario, genera diseguaglianza e conflitto. Il lavoro povero non nasce da una scarsa copertura contrattuale ma dal non rispetto o da un uso distorto dei contratti nazionali, dalle non scelte di politica industriale, come anche la cosiddetta “decrescita felice” degli ultimi decenni che hanno fatto sì che in Italia si abbassasse il livello di qualifiche professionali richieste, dall’assenza di coordinamento fra politiche formative e industriali che ha impedito di far crescere  le poche professionalità che il mercato del lavoro ricerca e dal rallentamento delle dinamiche salariali, dai contratti pirata cioè quelli siglati da sedicenti confederazioni nazionali di datori di lavoro e di lavoratori, dall’uso scorretto di istituti come il part time involontario e la piaga del lavoro nero.

La dignità del lavoro non è un concetto astratto: è la condizione necessaria affinché ogni cittadino possa sentirsi parte di una comunità fondata sull’equità, sulla solidarietà e sul riconoscimento del valore umano di ogni occupazione. Così come la questione salariale non riguarda soltanto l’economia, ma investe la sfera etica e politica della nazione. Un salario equo non è solo il corrispettivo di una prestazione, ma la misura del rispetto per la persona che lavora. Garantire retribuzioni adeguate significa tutelare la dignità individuale e preservare la pace sociale.  Dopo anni di stagnazioni negli ultimi due, i salari reali e nominali hanno ripreso a crescere. Purtroppo, siamo ancora lontani dalla media europea e la perdita di valore delle retribuzioni da recuperare è troppo grande per essere compensata solo con qualche punto di aliquota.

È allora logico insistere su ciò che ha funzionato, ossia la tempestività e l’adeguatezza dei rinnovi dei Contratti collettivi nazionali di lavoro e la loro defiscalizzazione, come nella proposta in Legge di Bilancio 2026. Spetta alle parti sociali procedere all’incremento delle tariffe tabellari, concordando aumenti in grado di rispondere al costo della vita. Va ricordato anche che la stagnazione degli stipendi è l’esito delle politiche dei redditi concertate all’inizio degli anni Novanta per entrare nella moneta unica. Ciò che è mancato a quegli accordi è stata la diffusione capillare della contrattazione di secondo livello, oggi ferma a poco più del 35% delle realtà produttive, l’unica che è in grado di distribuire la produttività laddove viene generata.

Occorre, quindi, un impegno condiviso: da parte delle istituzioni, per rilanciare una politica industriale che valorizzi investimenti sulla digitalizzazione e sugli impianti green, per promuovere politiche retributive giuste e trasparenti; delle imprese, per investire in qualità e responsabilità; e delle organizzazioni sindacali, per difendere con determinazione i diritti dei lavoratori.

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