Recovery Plan, l’avviso di Merkel ai naviganti

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La Cancelliera Angela Merkel, nel primo discorso al Bundestag come presidente di turno dell’Unione europea, ha chiarito che la trattativa sul Recovery Plan, il progetto di “ripresa” post-pandemia basato su sussidi a fondo perduto e prestiti a basso tasso, è ancora lunga e che servirà del tempo per chiuderla. Un avvertimento che arriva diritto a Palazzo Chigi.

Più volte la Kanzelrin in questi giorni ha ammonito Roma sulla necessità di presentarsi al negoziato evitando di offrire facili armi ai paesi cosiddetti “frugali” (Danimarca, Olanda, Finlandia, Svezia), cioè un argomento per diminuire e condizionare gli aiuti necessari a risollevarci dalla recessione in cui il Covid ci ha gettato. E certamente una facile arma è che, non volendo noi approfittare di 36 miliardi a tasso zero messici a disposizione del Mes, dimostriamo di non avere poi così tanta necessità di fondi europei; e inoltre che se decidiamo di presentare alla Commissione solo a settembre il piano di riforme cui legare sussidi e prestiti del Recovery Plan, vuol dire che siamo (come al solito) incerti su un giusto utilizzo di risorse da indirizzare agli investimenti produttivi e all’ammodernamento del sistema produttivo (digitalizzazione, new green deal, ecc.) e non ai sussidi a pioggia.

Come se non bastassero gli avvertimenti della Merkel, ieri dal Fiscal Board della Commissione si è alzato un venticello che prelude ad un ritorno non poi così lontano al Piano di Stabilità sospeso per via della pandemia: forse l’anno prossimo si potrebbe ripristinare la disciplina fiscale di marca luterana imposta a suo tempo dai tedeschi e dai soliti olandesi. Peccato che nel 2021 un eventuale ritorno del Fiscal Compact ci sorprenderebbe con un debito del 160 per cento, cioè quasi tre volte il consentito, soglia oltre la quale devono scattare le sanzioni.

Tutto insomma si sta muovendo per costringere l’Italia a dare ogni possibile garanzia che i 170 miliardi che dovranno prima o poi arrivare (magari saranno 140, comunque una montagna) siano controllati da Bruxelles fino all’ultimo centesimo. Per questa ragione i partner ritengono indispensabile che ci assoggettiamo a mettere le mani del “forno” del Mes. Il problema è che mezza maggioranza di governo (il M5S) pensa che la mano si brucerebbe e che quei prestiti ci porterebbero la Troika in casa nonostante le rassicurazioni contrarie. E’ la stessa idea delle opposizioni, almeno di Lega e Fratelli d’Italia. Viceversa il partito “europeista” trasversale, che va dal PD a Forza Italia, non teme il Mes, si fida della cancellazione delle condizionalità che a suo tempo strozzarono la Grecia (ma che risollevarono la Spagna e il Portogallo, va pur detto) e comunque ritiene che sia doveroso lanciare all’Europa un segnale di affidabilità, visto che l’Italia diventerà il Paese dell’Unione più aiutato per i danni del Covid.

Il problema a questo punto è politico. Riuscirà Conte a trovare un compromesso tra Pd, IV, LeU da una parte e M5S dall’altra? Per il momento il premier rinvia la prova ma è il primo a sapere che il tempo a sua disposizione è tutt’altro che illimitato.

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