«Ravvivare il dono di Dio», ci dice San Paolo nella Lettera a Timoteo. Il dono di un sacerdozio nel sacerdozio unico di Cristo: un sacerdozio che , come sappiamo, si distingue in comune e ordinato (ministeriale).
«Ravvivare il dono di Dio» che ci rende partecipi della missione redentrice di Cristo, della sua unica mediazione che salva, che salva dalla «violenza» di cui parla il profeta Abacuc nella prima lettura. Violenza che siamo noi stessi a procurarci, a farci l’uno all’altro, a fare anche verso noi stessi. E perché ha tale gravità la «violenza»?
Perché è il tratto “essenziale” di ogni atto contrario alla Volontà del Creatore, che ci ha creati come sappiamo a sua immagine e somiglianza. La violenza è precisamente questo tratto caratteristico e proprio di ogni atto contro il nostro essere a immagine e somiglianza di Dio.
Eppure l’Apostolo ci indica la soluzione offertaci da Dio stesso: «ravvivare il dono di Dio»: il bene, il positivo, cura e guarisce il male, il privativo. E’ un dono di pienezza: è lo Spirito che è in noi e presso di noi che abbiamo creduto, che speriamo ed amiamo il Signore Gesù e la sua Chiesa.
E il Signore, se ascoltiamo bene le parole del Vangelo secondo Luca, che ci propone la liturgia di questa XXVII Domenica del T.O., ci insegna che anche un solo granello di fede basta a compiere, per virtù di Dio, opere meravigliose come sradicare i monti: i monti, ad esempio, della superbia che come insegna Sant’Agostino nella Regola «insidia le stesse opere buone affinché si guastino».
Abbiamo il rimedio però di aver ricevuto uno spirito di fortezza e non di timidezza, di pusillanimità: uno spirito di magnanimità. E ricordando che questo stesso Spirito è il medesimo Spirito che ci fa’ gridare «Abba’, Padre» verso Dio, possiamo e dobbiamo essere sicuri che nel compiere le opere buone è Dio stesso che ci ispira ci sostiene e porta a compimento in quanto figli, figli nel Suo Figlio diletto.
Così Dio non è come «uno di noi» che mette la vita dei servi quasi all’ultimo posto. Anche se siamo e restiamo «servi inutili» Egli ci eleva allo status di figli adottivi ed amici: «non vi chiamo più servi ma amici».ci dice il Cristo nel Vangelo di Giovanni (15,15). In altre parole, possiamo dire: Dio ci mette nel suo cuore, principi nella sua dimora, nella sua città, nel suo regno di carità e verità, giustizia e pace., con l’abbraccio dello Spirito Santo, proprio Dio, che – sempre come ricorda Sant’Agostino – è più intimo a noi di noi stessi e vuole elevarci a questa piena condizione di familiarità e intimità con Lui.
E’ questo abbraccio, è questa intimità, la fonte da cui scaturisce ogni missione, ogni opera delle nostre mani, delle nostre menti, dei nostri cuori. E’ questa intimità che deve sostenerci nello stesso nostro pellegrinaggio terreno fino a quando non vedremo Dio faccia a faccia e godremo dilettandoci di questa visione perché Dio stesso – ricordando Sant’Ireneo – riceve gloria ed onore dall’uomo vivente e l’uomo vive per la gloria di Dio..
E questo è il nostro fine, che da’ senso a tutta la nostra vita ed ogni suo aspetto. Perché se il fine è ultimo nella realizzazione ma primo nell’intenzione, come ci insegna anche San Tommaso d’Aquino, vuol dire che avercelo sempre in mente e nel cuore ci porta ad affrontare la vita con il sorriso stesso che ci dono il Signore, in ogni situazione della vita, finanche in quelle più dolorose. Così, concludendo, siamo si «servi inutili» per noi stessi ma per virtù di Dio e per il suo disegno di salvezza siamo chiamati all’amicizia profonda e radicale con Lui, cosa che viene a d essere il motivo più significativo per esercitare la stessa virtù della fortezza, che non è violenza, e vincere il male con il bene, cosa che da’ il vero senso ad ogni diaconia, ad ogni liturgia, ossia ad ogni servizio che voglia dirsi veramente cristiano.

