Una cosa rende particolare Leone XIV, e non è il suo essere statunitense né agostiniano. È il suo essere stato immediatamente programmatico, nel nome e negli annunci. Non che i suoi predecessori non lo fossero, è che lui è stato ancora più preciso, nel richiamo e nelle intenzioni. L’uno e le altre sono apparse chiare fin dal primo istante: Leone XIII (non Magno e nemmeno III, che pure incastrò nientemeno che Carlomagno mettendogli la corona in testa); la Rerum Novarum. Enciclica, questa, forse la più importante mai scritta in materia sociale: né la Populorum Progressio, né la Mater et Magistra e nemmeno la Centesimus Annus hanno tanta potenza di analisi e sintesi, come anche di proposta.
Prevost sembra proporsi non come l’uomo che scrive una nuova riflessione sulla Rerurm Novarum ma come il papa che fa della nuova questione sociale la cifra essenziale almeno della prima parte del suo pontificato, e così facendo si prepara a scrivere una pagina finora mancante. L’ultima pagina, cioè, della Fratelli Tutti.
Francesco, nella sua penultima enciclica, tracciò un’analisi impietosa (ma non per questo mal indirizzata) del liberismo e dei suoi eccessi, e se la sua visione della proprietà privata come diritto semplicemente secondario (e non primario) può apparire radicale, il suo appello alla ricerca di forme alternative di sviluppo economico appare quanto mai al passo con i tempi. Ma verso quale modello ci si debba indirizzare Bergoglio non ce lo ha detto, e la Economy of Francesco come anche il suo modello ispiratore, l’economia civile di mercato, è rimasta parecchio allo stato embrionale.
Nella Rerum Novarum Leone XIII ebbe il primo ed essenziale merito di affrontare il problema sociale. Si trattava di dare una prospettiva di sviluppo umano che potesse essere alternativa al capitalismo selvaggio della Prima Rivoluzione Industriale e, al tempo stesso, al socialismo materialista sempre più incarnato dal marxismo. Ugualmente si rendeva necessaria una riflessione sul terzo modello di sviluppo che pareva farsi strada soprattutto negli ambienti cattolici dell’epoca, il corporativismo.
Pecci operò con grande equilibrio, riuscendo a tener la barra dritta soprattutto tra le spinte e le controspinte socialiste e capitaliste (entrambi accomunate da una cifra materialista) e mettendo l’accento sul concetto di persona umana, titolare di doveri e diritti al tempo stesso, ma soprattutto titolare di una inalienabile dignità. Non più individuo, l’essere umano, ma persona. Non più soggetto, ma cittadino. Non più proprietà dell’impresa, ma soggetto attivo al suo interno nella coscienza che essa stessa, l’impresa, ha una responsabilità sociale ben superiore alla semplice realizzazione di un profitto.
Non un discorso semplicemente sul merito, ma soprattutto di metodo. Anzi, sulle basi del metodo, sulle premesse del discorso, su ciò che è a monte della questione sociale stessa.
Non è un caso, quindi, che quell’enciclica di tanti anni fa, oltre 130, abbia scatenato forze ben più profonde, intaccando le basi della modernità che si andava formando alla fine dell’Ottocento e plasmando tanta parte del Novecento. Perché con quel documento Leone XIII chiamò, indirettamente ma chiaramente, a raccolta una delle forze sopite delle società avanzate, fino ad allora rimaste sedute sulla staccionata a vedere una partita giocata da altri. La Rerum Novarum fu il primo passo dell’impegno dei cattolici nella politica delle democrazie novecentesche. Quelle che, sia detto per inciso, seppero gestire la Seconda Rivoluzione Industriale mettendo a frutto il meglio dell’economia sociale di mercato. Se Pecci aveva in mente la fabbrica e la ferrovia, Prevost guarda ai servizi, all’Intelligenza Artificiale e al digitale. Sapendo bene, comunque, che il metodo e le sue premesse sono rimaste uguali. Chissà, allora, che forze scatenerà.

