Quel ramoscello di pace ci salva

Foto di Grant Whitty su Unsplash

L’ingiustizia è guerra in se stessa, senza pacificare i cuori non si possono fermare le armi. “Se vogliamo che un messaggio d’amore sia udito, spetta a noi lanciarlo. Se vogliamo che una lampada continui ad ardere, spetta a noi alimentarla ad olio”, insegna Madre Teresa. La Domenica delle Palme testimonia che la potenza dell’amore perdona i nostri peccati e ci riconcilia con Dio e con noi stessi. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, tra donne e uomini che agitano rami d’ulivo, apre la Settimana Santa e favorisce la nostra riflessione su ciò che veramente conta nella vita.

La liturgia della Domenica delle Palme inizia da un luogo adatto al di fuori della chiesa, i fedeli si radunano e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma che dopo la lettura di un brano evangelico vengono distribuiti ai fedeli, quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa. Qui giunti continua la celebrazione della Messa con la lettura della Passione di Gesù che prova sulla sua pelle anche l’indifferenza: nessuno vuole assumersi la responsabilità del suo destino. Papa Francesco richiama l’attenzione del mondo sui crocefissi di oggi: i poveri, gli emarginati, i profughi, i rifugiati. Nel mondo odierno come nella Gerusalemme di duemila anni fa la solitudine, la diffamazione e il dolore sono i chiodi dell’umiliazione di un innocente.

“La folla che poco prima lo aveva acclamato, trasforma le lodi in un grido di accusa, preferendo persino che al suo posto venga liberato un omicida – osserva il Pontefice-. Giunge così alla morte di croce, quella più dolorosa e infamante, riservata ai traditori, agli schiavi, e ai peggiori criminali”. Il racconto della Scrittura sollecita un esame di coscienza che includa tutte le ferite dell’umanità, a cominciare dalla “guerra mondiale a pezzi” che minaccia la sopravvivenza di tutti e di ciascuno. “Parte essenziale della difesa non violenta è la prevenzione dei conflitti attraverso la rimozione dell’ingiustizia sociale- diceva don Oreste Benzi-. Una guerra giusta non si è mai vista. Il valore della persona umana è assoluto, non è legato ad alcuna condizione”.

L’uomo, infatti, ha una dignità intrinseca che scaturisce dalla sua stessa natura e che non gli viene data da particolari situazioni di vita, dal ruolo sociale ricoperto, dallo stato economico, né da qualsiasi altra realtà esterna alla sua vita. Dunque il “non uccidere” della Bibbia è la proibizione di un’azione in se stessa illecita, per sempre. La vita umana, infatti, è sacra, non può mai essere volutamente soppressa, da nessuno. Un atto intrinsecamente illecito, non potrà mai diventare lecito. Uccidere rimane un male, senza eccezioni. “Quando un popolo intero è compatto nella resistenza attiva organizzata, anche l’invasore o l’oppressore più terribile capirà. La storia lo dimostra – sottolineava il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII -. L’esasperata ricerca del benessere individuale ha cancellato la coscienza comunitaria ma l’uccisione dell’altro è sempre un male, per questo non si può permettere né la pena di morte, né l’aborto”. Non si è mai voluto affrontare con serietà, sia a livello nazionale che internazionale, la difesa popolare non violenta, unica via valida per rispondere all’aggressione. Senza un’educazione di massa alla resistenza non violenta, l’umanità non può conoscere l’era della pace.

Già i profeti nell’Antico Testamento dichiaravano il fallimento dei mezzi militari. Isaia esortava a forgiare “le spade in vomeri, le lance in falci” affinché “nessun popolo alzi più la spada contro un altro popolo né si eserciti più nell’arte della guerra”. Per prevenire i conflitti, quindi, serve la formazione della coscienza sociale, che consiste nel prevedere ed eliminare le conseguenze negative sugli altri dei nostri atti. L’uccisione di bambini innocenti, di uomini e donne inermi, di giovani, non può mai essere definita un male minore. La guerra non è mai stata e mai sarà un mezzo valido per sanare i conflitti umani. E tra le ingiustizie che gridano giustizia al cielo non si possono dimenticare le sofferenze provocate dall’iniquo e crudele assoggettamento delle più fragili delle creature: le vittime della tratta. La nostra società non è riuscita a consegnare alle nuove generazioni modelli credibili, né ad insegnare loro l’importanza di compiere scelte valoriali. Incrementare nuove forme di violenza contribuisce a farne degli sconfitti, aggravando quel disagio interiore che li sta devastando.

La Chiesa in uscita abbraccia gli ultimi e i più deboli, sollecitando continuamente i governanti a combattere qualsiasi forma di oppressione e di sfruttamento, nel rispetto degli insegnamenti del Vangelo. Si tratta di un appello che non va soltanto rispettato ma deve essere pienamente accolto richiamandoci a un impegno cristiano nei confronti di ogni persona privata della sua dignità. Quanti promuovono un mercato così torbido celano la propria incapacità di amare nel senso più ampio della parola. Chi ama rispetta l’altro. Non si può fare commercio del corpo umano come accade lungo le rotte che seminano disperazione e morte a poche decine di metri dalle nostre coste. Nessuna forma di schiavitù può essere regolamentata né disciplinata. La legge deve essere per sua natura una tutela dell’individuo e della sua dignità. La prostituzione è sempre una condotta che abbrutisce sia chi si vende sia chi compra: non è possibile mercificare il corpo senza contaminarsi l’anima. Lo spirito pasquale è rigenerazione personale e rinascita universale. “Non abbandonatevi alla disperazione. Siamo il popolo della Pasqua e Alleluia è la nostra canzone”, raccomanda San Giovanni Paolo II. Il ramoscello della pace è un segnale di conversione che non possiamo lasciar cadere nel vuoto.

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don Aldo Buonaiuto
don Aldo Buonaiuto
Fondatore e direttore editoriale di In Terris, è un sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da anni è impegnato nella lotta contro la prostituzione schiavizzata

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