Quanto le guerre fanno male all’ambiente

Bakhmut Donetsk
Guerra in Ucraina / foto Imago/Image nella foto: missile ONLY ITALY

Il 5 novembre 2001, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 6 novembre Giornata Internazionale per la Prevenzione dello Sfruttamento dell’Ambiente in Guerra e nei Conflitti Armati. Un’iniziativa per sensibilizzare gli Stati sugli effetti che le guerre hanno sull’ambiente e sulla natura. Sotto diversi punti di vista.

Non è una novità che le guerre producono danni notevoli e inquinano in modo indescrivibile. Tutti i conflitti armati del passato hanno avuto un impatto terrificante sulle zone teatro di scontri. In guerra nessuno si prende cura di non danneggiare il territorio (proprio e del nemico). Non è inusuale che un esercito in ritirata faccia “terra bruciata” distruggendo infrastrutture agricole, canali, pozzi e pompe per l’estrazione dell’acqua e incendiando le foreste. Durante le cosiddette Guerre del Golfo, i pozzi petroliferi vennero incendiati e utilizzati come arma per inquinare vaste aree e diffondere il terrore.

Ma non sempre questo avviene in modo diretto. A volte l’impatto delle guerre sull’ambiente è indiretto. Durante il recente conflitto in Ucraina, più volte i bombardamenti hanno colpito aree a poche decine di metri dalle infrastrutture nucleari. Inutile dire quali sarebbero le conseguenze se una centrale venisse colpita. Nelle scorse settimane, le forze armate ucraine avrebbero bombardato una diga causandone il parziale cedimento. In questo caso, oltre ai danni immediati, i danni saranno secondari. Riparare questa struttura richiederà molto tempo (e denaro). Ma nel frattempo, la popolazione civile che beneficiava delle riserve idriche, sia per l’accesso all’acqua per la produzione di energia, sarà costretta a provvedere diversamente. O a spostarsi altrove e cercare un altro ambiente in cui vivere.

Non di rado il materiale bellico utilizzato durante i conflitti spesso è altamente inquinante e può rendere invivibile una regione. Anche dopo la fine degli scontri. Le armi incendiarie – come quelle al fosforo bianco – non sono solo tossiche, ma possono incendiare gli habitat causando danni devastanti all’ecosistema. Altre armi contengono prodotti radioattivi (come l’uranio impoverito). Recentemente, alcuni paesi europei hanno annunciato di voler uscire dall’accordo per la messa al bando delle mine antiuomo: l’utilizzo di queste armi renderà inutilizzabile vaste aree di confine per decenni.

In generale, tutti i residuati bellici sono dannosi per l’ambiente: possono inquinare il suolo e le fonti idriche con metalli pesanti e materiali tossici. Durante i conflitti, non è raro che venga abbandonata sul territorio una gran quantità di rottami militari contenenti materiali pericolosi per la salute. Il rischio è che finiscano per contaminare il suolo o le riserve idriche sotterranee e superficiali. Anche le navi, i sottomarini e le infrastrutture petrolifere offshore possono essere danneggiate durante le guerre e causare danni ambientali non indifferenti.

Per non parlare delle misure di preparazione. Produrre armi e armamenti (ed imparare ad usarle, compiendo esercitazioni sempre più frequenti e numerose) richiede una quantità non indifferente di risorse naturali e di energia. E questo presuppone inquinare l’ambiente.

Non bisogna dimenticare, poi, che quasi sempre tutto ciò che si muove per scopi militari non è soggetto ad alcun vincolo di tutela ambientale: carri armati, elicotteri, aerei, navi provocano danni considerevoli all’ambiente anche solo spostandosi per gli addestramenti o i pattugliamenti. Non è un caso se i dati sulle emissioni di gas a effetto serra provocati dalle guerre non sono pubblici: le forze armate non sono obbligate a rendicontare le loro emissioni alle Nazioni Unite (come fanno i paesi sottoscrittori degli accordi sull’ambiente).

Tutto ciò che ha a che fare con la guerra ha conseguenze rilevantissime sull’ambiente. Secondo uno studio relativo al 2022, le forze militari sarebbero responsabili di circa il 5,5 per cento di tutte le emissioni mondiali di gas serra. Un’altra ricerca, condotta dal gruppo indipendente Scientists for Global Responsibility, dimostrerebbe che ogni incremento di spesa militare pari a 100 miliardi di dollari equivale a maggiori emissioni per 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Anche l’uso massiccio dei computer per scopi militari ha bisogno di enormi quantità di energia e inquina in modo considerevole.

Che effetto avrà nei prossimi anni, per i paesi dell’UE spendere 800 miliardi di euro in armi, armamenti e “sistemi di difesa”? Quali potrebbero essere le conseguenze sul New Green Deal? E sulla popolazione?

I danni che le guerre causano sull’ambiente non sono un mistero. Secondo il report di Initiative on GHG Accounting of War, in tre anni, la guerra in Ucraina avrebbe prodotto emissioni per circa 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, pari alle emissioni annuali di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia insieme. https://en.ecoaction.org.ua/climate-damage-3-years-numbers.html In 15 mesi, l’invasione della Striscia di Gaza da parte di Israele avrebbe prodotto circa 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti (calcolando non solo la distruzione, ma anche lo sgombero delle macerie e la ricostruzione).  L’invasione della Striscia di Gaza non ha dimostrato che l’ambiente e le risorse naturali sono al tempo stesso bersaglio e strumento di guerra. Lo si sapeva già: ben prima del 7 ottobre 2023, Israele usava le risorse naturali (l’accesso all’acqua) come strumento contro i palestinesi.

Dal 2023 la situazione è peggiorata. I danni causati dai bombardamenti della Striscia di Gaza hanno reso invivibile un territorio grande come una regione italiana (e costretto milioni di persone a fuggire). Secondo la FAO, l’886 per cento dei terreni agricoli della Striscia di Gaza è distrutto.  Dei circa 15.000 ettari coltivabili che esistevano prima del conflitto, ne rimangono 2.090, ma di questi soltanto 232 sarebbero ancora utilizzabili in sicurezza: meno dell’1,5 per cento.

Dove si combatte una guerra, l’ambiente non è più in grado di fornire le risorse per vivere. Per milioni di persone l’unica strada è scappare, “migrare”. Nella Striscia di Gaza così come  in Siria o nello Yemen o in qualsiasi altra guerra passata, presente e futura. Per i civili coinvolti nelle guerre la scelta è morire sotto i bombardamenti o per la fame dilagante. Ad uccidere uomini donne e bambini non sono solo le armi, ma i danni che le bombe prodotte da paesi “sviluppati” causano sull’ambiente. A Gaza, il numero dei bambini morti per malnutrizione non fa più notizia: secondo UNICEF solo negli ultimi mesi sarebbero quasi un centinaio (e il loro numero aumenta sempre di più).

Il 6 novembre è un giorno importante: serve per ricordare a tutti, ai paesi in guerra, ma anche a quelli che “vivono” di guerra e che sono felici di produrre e vendere quantità sempre maggiori di armi e armamenti, che la guerra è una delle principali cause di morte delle persone e di distruzione dell’ambiente. E l’ambiente non appartiene a chi vince o perde una guerra: è di tutti.

ARTICOLI CORRELATI

AUTORE

ARTICOLI DI ALTRI AUTORI

Ricevi sempre le ultime notizie

Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email.

Stay Connected

Seguici sui nostri social !

Scrivi a In Terris

Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo: