Quando lo Stato trascura la famiglia si diventa tutti più poveri

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Fra i numerosi report che quasi ogni giorno ci descrivono le previsioni dello sviluppo dei Paesi europei dopo questa pandemia, ce ne è uno particolarmente inquietante, che ci riguarda molto da vicino: l’Italia è l’unico paese in Europa in cui è certo che l’attuale generazione sarà più povera della precedente.

Più povera in ogni senso: più povera per salario, posti di lavoro, pensioni, servizi di welfare e – non ultimo – povera di cittadini, visto il tragico trend della denatalità. Certamente le cause sono molteplici, di ordine culturale e economico, e non è questo il luogo ove analizzarle una per una. Ma qualche considerazione è doveroso almeno accennarla.

Nel nostro Paese, da anni, la cenerentola di ogni programmazione di politica di sviluppo economico e sociale è la famiglia. Il nucleo portante della nostra società – nonni, genitori, figli- è stato affidato a qualche inefficace provvedimento di carattere assistenziale, qualche spot che servisse ad anestetizzare momentaneamente le sofferenze e i disagi, sempre con la promessa che a breve ci si avrebbe messo mano.

La “spending review” del 2011 è stato il colpo di grazia inferto all’unico buon piano organico e strutturale di governo, con relativo finanziamento, che poneva davvero la famiglia al centro delle politiche di sviluppo (“Piano per la Famiglia”, 2010). Ancora oggi, pur in clima di “family act”, con la prospettiva (tutta da verificare, sul piano della concreta fattibilità) dell’effettiva operatività del cosiddetto “assegno unico universale”, un progetto di vera fiscalità sulla base del “quoziente familiare” non si delinea neppure all’orizzonte.

Oggi il rischio di varcare la soglia di povertà per le famiglie è raddoppiato rispetto al 2018: siamo a 1 su 10 se il nucleo familiare è di quattro membri, e sale a 1 su 5 dai cinque membri in su. In valore assoluto le famiglie italiane che vivono oggi in condizioni di povertà sono circa 4 milioni. Eppure, a fronte di questa vera e propria tragedia sociale, prima che economica, il Piano di Resistenza e Resilienza, ormai al varo, che prevede circa 32 miliardi di euro, prevede 290 milioni (meno dell’1% della manovra!) destinati a sostenere i doveri di cura delle famiglie, in particolare ai costi legati alla chiusura delle scuole. Conti alla mano, è una bazzecola che potrà aiutare al massimo 730.000 famiglie, contro i circa quattro milioni di famiglie che hanno i figli alle scuole primarie e secondarie di primo grado.

Il piano di sostegno economico sta per essere varato secondo un modello di welfare che penalizza le famiglie, cioè proprio quella struttura sociale che maggiormente ha portato il peso dell’emergenza pandemica. Al contro, guarda caso, il reddito di cittadinanza viene rifinanziato con un miliardo aggiuntivo di euro, ed è ampiamente dimostrato che questo privilegia di fatto le persone single e sfiora solo marginalmente il welfare familiare.

Se lo scenario economico è tutt’altro che confortante, quello socioculturale non è di certo meno amaro. Sono decenni ormai, ma con un’accelerazione drammatica negli ultimi tempi, che l’istituto familiare è sotto attacco e il diritto/dovere di mettere al mondo figli viene costantemente deriso, banalizzato, fatto oggetto di sarcasmo, fino alla pubblica riprovazione. La donna che fa la scelta di costruire con il marito una famiglia numerosa è una povera “stupida”, una demente che s’è fatta lavare il cervello, mentre il marito è certamente un maschilista, sfruttatore, a prescindere. Invece di togliersi il cappello, ponendo a modello per le nuove generazioni chi ha il coraggio di scommettere ancora sulla vita, chi evoca la speranza in un futuro più umano da affidare ai bimbi di oggi, la grande comunicazione su cui, purtroppo, si base la cultura diffusa del nostro popolo, non perde occasione per presentare modelli “alternativi” di famiglia, il cui ultimissimo scopo è mettere al mondo figli.

E così assistiamo a “famiglie” con due o tre cani, e zero figli! Quando mi capita l’occasione di vedere giovani coppie con uno o due bimbi per mano, un altro che precede in bicicletta, e un piccolino nella carrozzina che il papà sta spingendo, a stento riesco a trattenermi dal fermarli per congratularmi con loro: che cosa c’è di più grande, da ogni punto di vista, del fatto di aver dato una nuova vita, aver messo al mondo una nuova creatura? Purtroppo il trend culturale, e con esso quello sociopolitico, non perde occasione per demolire la famiglia, e renderla sempre più debole, vulnerabile, emarginata.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: tessuto sociale sempre più sfilacciato, alla ricerca di diritti individuali, moltiplicatore di “scarti” sociali e, ovviamente, impoverito. Impoverito sul piano economico, ma – che è quasi peggio – impoverito sul piano umano, sociale e spirituale. L’amore per il nostro Paese non può non passare per l’amore alla famiglia, con quella splendida icona di solidarietà vera e autentica che mamma, papà e figli splendidamente rappresentano. 

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