Quali sono le strade da percorrere per garantire cibo per tutti

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Un appuntamento con la storia quello del Summit sui Sistemi Alimentari del 23 settembre, l’evento conclusivo di un percorso intenso e partecipato, ma anche un obbligo di equità e giustizia  per far leva sul potere dei sistemi alimentari di apportare progressi su tutti i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni unite.

Le Nazioni Unite sono scese in campo con forza, anche a causa di politiche e interessi che continuano a provocare ritardi nella crescita infantile e forme di obesità in età adulta.

The State of Food Security and Nutrition in the World sottolinea che altri importanti fattori stavano portando all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione prima che si sviluppasse la pandemia di COVID-19 e quest’ultima certamente ha inciso negativamente su una realtà già complessa.

È un dato di fatto che nel 2020 le persone sotto-alimentate hanno rappresentato circa il 9,9% della popolazione mondiale – soprattutto in Africa, Asia e America Latina – contro l’8,4% del 2019.

Numeri drammatici, di cui l’attuale sistema di produzione e distribuzione alimentare, messo ulteriormente alle corde dalla pandemia di Covid-19, è parte in causa. Tanto più che, nel frattempo, i profitti delle principali multinazionali del cibo nono sono stati intaccati granché, mentre lo spreco di risorse alimentari è anche maggiore di quanto non si credesse. (La carenza di cibo e fame nel mondo per regione nel 2020 © The state of food security and nutrition in the world, luglio 2021)

Sullo spreco di cibo, c’è un’indagine recentissima di Tesco e Wwf sulle perdite di cibo nelle fattorie, intorno, durante e dopo i raccolti e nella filiera di macellazione della carne. Lo studio rivela che «circa 2,5 miliardi di tonnellate di cibo non vengono consumate in tutto il mondo ogni anno. Si tratta di un aumento di circa 1,2 miliardi di tonnellate rispetto alle stime stabilite di 1,3 miliardi di tonnellate sprecate ogni anno. Queste nuove stime indicano che di tutto il cibo coltivato, circa il 40% non viene consumato, una cifra superiore alla cifra precedentemente stimata del 33%».

Come se non bastasse, i ricercatori hanno calcolato anche quali impatti ambientali negativi abbia generato la produzione di tutto quel cibo perduto. In termini di emissioni di gas serra, di potenziale acidificazione ed eutrofizzazione, uso di acqua e terra è un enorme costo collettivo che alimenta la crisi climatica. Come dire… affamati e mazziati.

Anche Papa Francesco si è espresso chiaramente: “La fame nel mondo è scandalo e crimine contro i diritti umani!”. Il Santo Padre ha dettato l’agenda per il Vertice ONU: “Cibo per tutti si può concretizzare solo consentendo a tutti di coltivare le proprie terre di origine, garantendo la biodiversità, valorizzando i piccoli produttori indigeni e tradizionali, “che mantengono una relazione sana con le terre coltivate” e che sono fortemente minacciati o già eliminati dall’agricoltura commerciale che punta alle monocolture e distrugge la biodiversità, soprattutto le linee alimentari indigene

Per aumentare la produzione di cibo in tutto il mondo di oltre il 50%, e rifornire così gli oltre 9 miliardi di persone che si prevede popoleranno il pianeta entro il 2050, non serve aumentare la produzione industriale, bensì “è necessario promuovere i sistemi alimentari indigeni”. Per questo bisogna stabilire “un dialogo di conoscenza permanente con i popoli indigeni/tradizionali di tutto il mondo che permetta di disegnare politiche pubbliche globali che valorizzino i piccoli produttori indigeni e tradizionali come protagonisti di un’azione globale di lotta alla povertà alimentare”.

Bisogna contrastare con forza i metodi di agricoltura intensiva ed industriale, che sono inefficaci o addirittura dannosi su terreni fertili, colture sane e sementi piccole e locali.

Tuttavia, gli interessi economici guidano alcune di queste pratiche ecocide e, purtroppo, anche al Vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite del 23 settembre il ruolo dei governi appare secondario rispetto alle multinazionali.

Un appello in tale direzione è già stato lanciato nel luglio 2021 dai movimenti per la sovranità alimentare riuniti nel contro-vertice che si è svolto a Roma. “L’unico percorso giusto e sostenibile è fermare immediatamente e trasformare i sistemi alimentari globalizzati delle multinazionali” (sono parole di Nora McKeon, la scienziata americana che si occupa di governance alimentare e di movimenti contadini)

Dunque il vero tema del Summit è la visione che si vuole promuovere rispetto alla produzione e distribuzione del cibo. Da un lato la visione industriale dell’agricoltura e dalle filiere globali, volute dalle multinazionali e dai Paesi esportatori, che evidenzia la necessità di questa impostazione per produrre una quantità adeguata di cibo da distribuire a tutti e in tutto il mondo.

Dall’altro, la visione secondo cui i piccoli agricoltori producono la maggior parte del cibo consumato al mondo e l’80% di questo non entra nei supermercati, ma viaggia nei mercati radicati nel territorio e non si sposta più di 100 chilometri da dove è prodotto, prima di essere acquistato e consumato.

Il Summit sul cibo è, allora, un braccio di ferro sulla governance alimentare e sulla giustizia distributiva.

Contano di più sistemi alimentari resilienti, in cui ciò che conta è il rapporto tra le persone, la solidarietà e la vicinanza, il rispetto per la natura e le persone; o le grandi catene di distribuzione globali che offrono prodotti provenienti da altri paesi?

Non offro una risposta scontata a questa domanda, ma torno alla posizione di Papa Francesco ed evidenzio la necessità – ormai resa improcrastinabile dalla crisi climatica – di garantire la biodiversità e la possibilità ad ogni persona di rendere produttiva la propria terra, consumando prodotti locali.

Neppure dimentico che gli Stati, la Comunità Europea e le stesse Nazioni unite hanno siglato nel tempo con le multinazionali accordi commerciali per il libero scambio di prodotti.

Gli Stati e le Aziende multinazionali invocano la sostenibilità della filiera alimentare, ma un sistema alimentare è sostenibile quando fornisce cibo sufficiente e nutriente per tutti senza compromettere la salute del pianeta o le prospettive delle generazioni future di avere i loro bisogni alimentari e nutrizionali soddisfatti.

L’auspicio è che il Vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari riconfermi il proprio impegno per la promozione dei diritti umani per tutti e si assicuri che i gruppi più marginalizzati abbiano l’opportunità di partecipare, dare il proprio contributo e trarre beneficio dal suo svolgimento.

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