Privatizzare una tragedia per scaricare le coscienze

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Anche i Santi hanno bisogno di segni dal Cielo. Per tutta la vita, don Oreste Benzi ha denunciato pubblicamente i fabbricanti di morte. Si riferiva anche a coloro che spengono vite indifese nel grembo materno. Una battaglia controcorrente, condotta con forza dirompente. Il messaggio doveva essere chiaro. A costo di utilizzare un linguaggio, secondo molti, eccessivamente duro. “Mamma, non farmi a pezzi, salvami!”, ripeteva il sacerdote “contemplattivo” che si rafforzava nella convinzione della necessaria denuncia quanto più gli intimavano di fermarne lo “scandalo”. In tanti, anche nella comunità scientifica, criticavano in malafede don Oreste. Il parroco degli ultimi richiamava l’urgenza di salvare il nascituro, non accusava la donna colpevolizzandola ingiustamente. A sentirsi in difetto dovevano essere tutti gli “attori” della vita: genitori, famiglie d’origine, società, comunità.

Don Oreste non ce l’aveva con la mamma, anzi cercava di sollecitarla a prendere consapevolezza di un abominio: l’aborto. Voleva che rivedesse la sua scelta. L’obiettivo era farla ravvedere, desistere, capire che sopprimere la propria creatura era la maggior vittoria di chi l’aveva abbandonata. Convincersi della necessità di uccidere un innocente è il trionfo del maligno, la negazione del valore dell’esistenza umana. Papa Francesco per il 25esimo anniversario dell’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II ha ribadito: “La vita si manifesta in concreto nelle persone, la sua difesa non è ideologia, ma realtà che coinvolge tutti i cristiani”. Poi ha aggiunto in un altro intervento: “Abortire è come affittare un sicario per risolvere il problema”.

Mai avrei pensato che fosse peggiorabile l’immagine che scatenava la misericordiosa mobilitazione spirituale di don Benzi. Gli confidarono che dopo le interruzioni di gravidanza i feti venivano abbandonati a terra in attesa che gli addetti alle pulizie se ne disfacessero come di rifiuti imbarazzanti. Altrove quei corpicini dilaniati diventano ingredienti per cosmetici. Adesso, anche se sembrava impossibile, la situazione addirittura peggiora. Abbiamo letto e sentito casi di donne sole che abortiscono a casa per effetto delle “pillole killer”. Cosi scaricano nel water il frutto del concepimento (fino al novantesimo giorno di vita e anche oltre in casi particolari) e la coscienza individuale e collettiva. Privatizzare un dramma è un finto colpo di spugna sull’anima.

Mentre Roma parla, Sagunto è espugnata. La politica fa campagna elettorale sulla vita degli indifesi. Madre Teresa diceva che nessuno è più povero del bambino mai nato. La cultura dello scarto, deplorata senza sosta da Papa Francesco, trova nell’aborto chimico a domicilio una delle sue espressioni più vili e ripugnanti.

Don Oreste, come accade agli uomini di Dio, sapeva leggere i segni dei tempi e seguire il soffio dello Spirito. Nel momento più feroce dell’attacco al suo impegno per la vita, don Benzi chiese un segno dall’Alto. Disse:”Continuo ad andare davanti agli ospedali per supplicare le mamme a non abortire se la Madonna lo vuole”. Al ritorno dalla settimanale preghiera davanti alla clinica di Rimini, ci fermammo in un autogrill. Si avvicinò a noi una coppia. Un uomo e una donna si inginocchiarono davanti a don Oreste rivelando: “Stamattina, mentre stavamo per entrare in clinica, abbiamo ascoltato la sua invocazione: ‘mamma, non mi uccidere’ e cosi guardandoci negli occhi ci siamo fermati e siamo scappati inorriditi”. Era quella la risposta dal Cielo che il “santo testardo” don Benzi attendeva.

Da quel momento la sua preghiera fu estesa a tutta Italia e all’estero. Sempre con la stessa modalità. Di mattina presto, con il megafono in mano e di fronte all’ingresso delle cliniche, proprio nell’orario in cui si va ad abortire. Era un modo di procedere cristallino e anche anticonformista, talvolta incompreso persino tra i suoi. Una volta, davanti ad un ospedale, arrivò la forza pubblica chiamata dai medici abortisti infastiditi dalla nostra presenza. Chiesero a don Oreste i documenti. E lui nel mostrarli disse con un sorriso disarmante: “Guardate che state sbagliando, quelli che sopprimono la vita non sono qui fuori, sono là dentro”. Oggi che si sbandiera come un progresso della civiltà l’abbandono della donna nell’omicidio domestico, torna attualissima l’invettiva di don Oreste ai “governanti di morte”.

Per Gesù ciò che facciamo ai piccoli l’abbiamo fatto a Lui. Il livello di progresso si misura sul farsi carico degli altri, non certo nel confinare tra le mura domestiche e senza alcun sostegno la tragedia di quante si trovano a decidere della sorte di un indifeso. I nascituri apparentemente non hanno voce, in verità saranno loro a pronunciare la parola decisiva sul nostro grado di umanità.

Pubblicato su “Avvenire” a pagina 3

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