Prevost in Francia: un bilancio del viaggio di Papa Leone

Foto Vatican News

Il Papa che viene dall’America ama l’Europa. Sarà pur vecchia, sarà pur stanca, ma qualcosa al mondo lo può ancora dire. Anzi, lo deve dire. Perché se gli errori sono tanti, altrettanti sono i meriti. Lo sono ancor più degli errori, se possibile. Mai e poi mai, nella storia del Vecchio Continente e anche degli altri, si era visto costruire un’oasi di pace là dove, fino a pochi anni prima, scorreva l’odio tra le etnie e le nazioni. Leone XIV visita la Francia, e non è il caso di stare a richiamare precedenti prossimi e malagevoli: lo fa perché la figlia prediletta della Chiesa è anch’essa stanca ed invecchiata, ma qualche buon segnale di vitalità lo sta mandando – e non è solo il caso della ripresa dei battesimi tra gli adulti.

La Chiesa francese ha da poco pubblicato un libro degli orrori sulla pedofilia: anch’essa non è immune da errori gravissimi, che il Papa ha promesso di tenere a mente. Però ha anche prodotto cultura, ha offerto una presenza ed un’identità vere, lontane dalle vuote rivendicazioni di altri soggetti, e i risultati iniziano a vedersi. E intorno ad essa la Francia si è ritrovata, con le centinaia di migliaia di persone che si sono assiepate a Place de la Concorde. Segno dei tempi attuali, fatti di debolezze e conseguenti linguaggi violenti.

Alla Francia – e anche al suo Presidente, e anche ai futuri aspiranti presidenti – Leone ha ribadito che uccidere il malato facendo finta che sia pietà è orrore senza fine, ma lo è anche negare l’accoglienza a chi soffre e cerca un destino migliore. Ha servito così tutti: laicisti e quanti credono che basti invocare in pubblico Dio, la Patria e la famiglia. Nessuno si creda nel giusto. Poi è volato a Metz, e forse questa è stata la parte più interessante del viaggio.

Metz è Francia, ma soprattutto Metz è Lotaringia: quel cuore dell’Europa immaginato dodici secoli fa a cui affidare lo scettro imperiale per tenere unito il primo nucleo europeo. A Metz è nato Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa contemporanea. Senza di lui, senza il suo dirimpettaio (in quanto renano) Konrad Adenauer e senza quell’altro europeo di confine, anch’egli praticamente bilingue e anch’egli bistrattato dalle dittature che fu Alcide De Gasperi, senza di loro questa Europa non sarebbe mai nata. Di loro gli europei sono la stirpe.

Figli di una cultura democratica e cristiana, questi tre uomini seppero vedere oltre gli odi e i rancori per scorgere pace e unità. Mediatori, saldi nei principi ma consci della necessità di rispettare le diversità, lanciarono quel progetto che sovranismi ed identitarismi di gran voga vorrebbero ora veder lettera morta. È a questo che Leone pensava quando a Metz ha detto che sono tempi di inganno e di barbarie ma che: “L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi”.

È la seconda volta che Prevost visita un grande paese europeo, è la seconda volta che ribadisce il principio. Mesi fa alzò la stessa voce dalla Spagna, anch’essa laicizzata e alle prese con l’emergenza migratoria. Il suo, quindi, è qualcosa di più di un elemento marginale del proprio dicastero: sta divenendo, sotto la spinta della guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo, uno dei temi centrali dell’attuale pontificato.

Non può sfuggire un altro elemento, cui abbiamo accennato, cioè l’essere l’Europa unita un progetto frutto della cultura democratica e cristiana. Non è un caso: né per le finalità del progetto, né per le modalità con cui è stato impostato e realizzato. Schuman, De Gasperi e Adenauer erano tutti democratici cristiani (e non può essere un caso). Gli aspiranti presidenti francesi in prima fila in Place de la Concorde no, né da loro c’è da aspettarsi un grande slancio europeista: basti vedere le loro parole e opere recenti. Schuman e De Gasperi, poi, sono oggetto di un processo di beatificazione, e anche questo non può essere un caso. Forse verrà il giorno di una sana revisione storica e politica di talune esperienze.

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