Povertà strutturale in Italia: un fenomeno che non arretra

Foto di mifner da Pixabay

Una famiglia su dieci vive in povertà assoluta. Il dato, 10,9% nel 2024, non riguarda realtà lontane o Paesi in via di sviluppo: riguarda l’Italia. Ed è un numero che non può essere archiviato come una semplice statistica. Accanto a questa quota si estende un’area grigia altrettanto preoccupante: l’8,2% delle famiglie si colloca appena sopra la soglia di povertà relativa e circa il 6% appena sotto. In totale, quasi il 20% dei nuclei familiari vive in una condizione di fragilità, esposto al rischio di scivolare verso il basso a causa di eventi ordinari della vita – una malattia, la perdita del lavoro, una separazione. Non siamo di fronte a un’emergenza temporanea.

La povertà assoluta è stabile da circa quindici anni. È un fenomeno strutturale, radicato, che nel tempo ha assunto un volto nuovo: meno visibile, meno associato all’emarginazione estrema, più diffuso nella quotidianità. Si assiste a una progressiva normalizzazione della povertà, che smette di fare notizia e perde riconoscibilità pubblica, pur continuando a erodere sicurezza e dignità. Tra i principali fattori di impoverimento figurano i bassi salari, l’instabilità lavorativa, la diffusione di contratti intermittenti e precari. Oltre il 10% degli occupati in Italia – tra 2,3 e 2,4 milioni di persone – è a rischio di povertà, un dato superiore alla media europea. Il lavoro, che dovrebbe rappresentare il primo argine contro l’indigenza, non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente per condurre una vita dignitosa. È una frattura profonda nel patto sociale su cui si è fondata la Repubblica.

Dentro questo scenario si inserisce un fenomeno ancora più allarmante: la povertà sanitaria. Cresce il numero di cittadini che incontrano gravi difficoltà nell’accedere alle cure mediche. Non si tratta soltanto di un indicatore statistico, ma del segnale evidente di una crisi che investe la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale e la sua capacità di garantire il diritto alla salute senza distinzioni. Sono 4,5 milioni gli italiani che rinunciano alle prestazioni sanitarie perché non possono permettersele. Un dato che interroga la coscienza civile del Paese. La salute è un diritto fondamentale, sancito dalla Costituzione. Non può diventare un privilegio riservato a chi dispone di maggiori risorse economiche. Se non si interviene con decisione, tra dieci anni il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe trovarsi in condizioni critiche, compromettendo quel modello di sanità pubblica, gratuita e universalistica immaginato dai padri costituenti. La sostenibilità economica non può trasformarsi in un alibi per sacrificare diritti essenziali. Le persone più fragili devono poter contare sulle stesse tutele di chi è più forte.

Eppure, in un contesto in cui le forme della povertà sono molteplici e spesso difficili da intercettare, le politiche di contrasto faticano a trovare efficacia. La povertà non è uno stato immobile, ma un processo: nasce da condizioni strutturali che troppo spesso non vengono prese in carico in modo sistemico.

Portare queste analisi sui tavoli delle istituzioni e nel dibattito pubblico significa restituire visibilità a ciò che rischia di diventare invisibile. Una grande democrazia non può permettersi di trascurare la lotta alla povertà. Farlo significherebbe compromettere il proprio futuro, indebolire la coesione sociale e mettere in discussione il principio di uguaglianza sostanziale su cui si fonda la Costituzione e la nostra convivenza civile.

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