Il falso mito del pontificato non sociale

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Foto di Ria Sopala da Pixabay

Nonostante i falsi miti Joseph Ratzinger fu anche un Papa sociale. Uno dei luoghi comuni più persistenti ma meno veritieri sull’azione pastorale di Benedetto XVI riguardò fin dall’inizio del suo pontificato una sorta di ossessiva e reazionaria predilezione per i temi bioetici (difesa della vita, della famiglia, della libertà di educazione) a scapito di quelli sociali (lavoro, accoglienza, uguaglianza, Welfare). Insomma, un Pontefice che, per evangelizzare a colpi di dottrina, avrebbe trascurato l’impegno solidale della Chiesa guardandosi dallo schierare il mondo cattolico contro l’iniqua distruzione delle ricchezze su scala planetaria e a salvaguardia degli ultimi. Per sfatare il mito fallace di un Ratzinger disinteressato alle questioni sociali, scese in campo, nel febbraio 2014, la Compagnia di Gesù. Su “Aggiornamenti Sociali”, la rivista internazionale che da sessant’anni incrocia fede cristiana e giustizia negli snodi cruciali della vita politica ed ecclesiale, padre Hanri Madelin, ex provinciale dei gesuiti in Francia, ristabilì la verità storica fugando le falsità e ribaltando definitivamente lo stereotipo della presunta indifferenza di Ratzinger per la dottrina sociale della Chiesa.

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Foto © VaticanMedia

“Del Papa che ha stupito il mondo con la propria rinunzia al pontificato si sottolineano per lo più la grande cultura e la predilezione a trattare questioni riguardanti la Chiesa cattolica, il contenuto dei suoi dogmi e la sua collocazione tra le altre Chiese. – sottolineò Madelin – Poiché, prima di accedere al pontificato, il cardinale Ratzinger ha a lungo presieduto la Congregazione per la dottrina della fede, se ne ricordano i moniti contro le interpretazioni da lui giudicate contrarie  una certa ‘ortodossia romana’. Si rammentano i suoi contrasti e i suoi richiami all’ordine nei confronti dei sostenitori di vari filoni della teologia della liberazione in America latina. La figura di Benedetto XVI non sembra dunque avere una particolare connotazione sociale”. Secondo il gesuita, però, “questa immagine è incompleta, in quanto trascura l’apporto originale di Papa Joseph Ratzinger alla dottrina sociale della Chiesa, cioè il fatto di inserirla all’interno di una visione globale e personale che attinge l’essenziale delle sue risorse nei tesori della teologia”.

“Questo pensiero – secondo Madelin – può essere di sostegno ai cattolici, ma corre il rischio di sconcertare i fedeli di altre tradizioni e tutti coloro che si dichiarano emancipati da convinzioni religiose”. “In questo senso – prosegue l’ex provinciale dei gesuiti in Francia – Benedetto XVI ha dato una sua impronta alla dottrina sociale della Chiesa, specialmente con la pubblicazione, il 29 giugno 2009, dell’enciclica Caritas in veritate: in essa egli si rivela un analista acuto dei meccanismi di funzionamento della società, ma la sua originalità si manifesta ancora di più nella preoccupazione costante di sottolineare la dimensione antropologica e teologica dei problemi che l’umanità si trova ad affrontare in un periodo di crisi che si inserisce in una dinamica di globalizzazione galoppante“.

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Foto di Saulo Mohana su Unsplash

Già la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est” (2005), insisteva sul rapporto tra giustizia e carità, sui compiti diversi che spettano alla Chiesa e alla politica, sul posto e sul ruolo dei laici cristiani nelle organizzazioni della società civile. “Nell’attuale clima secolarizzato, i laici sono invitati a conciliare esigenze che non sempre sono armonizzate: competenza professionale, rifiuto di piegarsi al giogo delle ideologie, audacia nel proclamare la propria fede, ripulsa di ogni proselitismo – evidenzia Madelin – Dopo la pubblicazione, nel 2007, dell’enciclica Spe salvi, dedicata alla speranza, nel 2009 Benedetto XVI pubblica la Caritas in veritate, lettera enciclica sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità. La preparazione di questo documento, originariamente previsto per celebrare il 40° anniversario della Populorum progressio di Paolo VI (1967), è stata laboriosa”. E in effetti, prosegue il saggista di “Aggiornamenti sociali”, “parecchi progetti preparatori sono stati abbandonati per l’esigenza di adattare il contenuto alla nuova situazione creata dalla crisi globale, ma il documento, che ha avuto risonanza nel mondo intero, non è tanto un’analisi della crisi quanto una visione filosofica e, soprattutto, teologica delle carenze e degli errori che hanno condotto al blocco“.

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Secondo Madelin, “il Papa parla più del ‘perché’ che del ‘come’, facendo appello alle esigenze della coscienza piuttosto che proponendo ricette. Ratzinger sottolinea che una parte dei disordini attuali deriva da una pericolosa finanziarizzazione dell’economia e da una sofisticazione degli strumenti monetari, che richiedono un intervento politico di regolazione più deciso: un atteggiamento coraggioso che rompe con gli inni encomiastici intonati dai fautori dell’iper-liberalismo – evidenzia Madelin – Quando ne avverte il bisogno, non esita a denunciare carenze ed emergenze della situazione planetaria: ne fa fede il tono della lettera indirizzata all’allora primo ministro britannico Gordon Brown alla vigilia del G20 di Londra, nell’aprile 2009. Sulla scia dei suoi predecessori, a partire da Giovanni XXIII e dalla sua enciclica Pacem in terris (1963), Benedetto XVI riafferma nella Caritas in veritate la necessità di istituire una vera autorità politica mondiale, anche se in un modo forse ancora troppo sobrio”. Il documento, infatti, propone “più il modello della cooperazione tra i governi che l’integrazione tra le nazioni, prendendo come riferimento implicito l’Onu più che l’Unione europea”, ma le caratteristiche di questa autorità mondiale, quale è richiesta dalla Caritas in veritate, esprimono grandi esigenze. E cioè “una simile autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità”.

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Foto di Pavlo da Pixabay

Qui è necessario un inciso per contestualizzare le due correnti che polarizzano il cattolicesimo dal Concilio in poi: chi vorrebbe una Chiesa tutta carità, quasi una Ong della solidarietà globale e chi invece delimita la missione ecclesiastica al recinto sacro di dogmi, sacramenti, liturgia e riti. Anche da questa contrapposizione di visioni deriva l’errata interpretazione della figura di Joseph Ratzinger in termini di esclusiva attenzione al piano spirituale senza e di scarsa sollecitudine per le questioni sociali. In realtà Benedetto XVI scelse una “terza via” per incidere con la fede nel mondo senza piegarsi a esso né scendere a compromessi con le utilitaristiche logiche mondane della contemporaneità secolarizzata. Ratzinger si occupò di “politica” in senso alto del termine, nella convinzione che toccasse ai cattolici non far diventare lettera morta il Vangelo, testimoniandolo nella quotidianità della vita privata e di quella pubblica. “La missione che Benedetto XVI si attribuisce non è quella di collocarsi sul terreno proprio dei responsabili politici, degli imprenditori, dei banchieri, ma quella di ridestare le coscienze alle sfide del presente che non possono restare circoscritte a livelli puramente tecnici – commenta padre Madelin – L’intento è più una interpretazione teologica che una analisi descrittiva. Per questo l’enciclica Caritas in veritate, documento lungo e denso, parla dall’inizio alla fine di amore, di verità, di senso di responsabilità. Indirizzata alle varie componenti della Chiesa cattolica, ma anche a tutti gli uomini di buona volontà, essa li invita a concentrarsi sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità“.

 

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